E rispunta l’ipotesi di Tremonti vicepremier

Berlusconi prepara le contromosse in vista dei ballottaggi ma forse non interverrà alla campagna elettorale a Milano. Ritorna anche l'idea di affiancare Scajola ai coordinatori Pdl. Oggi l'incontro con Bossi <br />

RomaSi studiano i flussi elettorali di Milano e Napoli, si ragiona sui punti deboli di una campagna elettorale che non ha funzionato come si pensava e si preparano le prossime mosse in vista dei ballottaggi. A Palazzo Grazioli sfilano uno dopo l’altro molti big del Pdl - da Angelino Alfano a Claudio Scajola, passando per Renato Brunetta, Maurizio Sacconi e Michela Vittoria Brambilla - per cercare di mettere a punto una strategia. Con molte incertezze, se lo stesso Denis Verdini ammette che «non si sa» se Silvio Berlusconi farà altri comizi a Milano. «Come con il calcio - spiega - non puoi sapere prima della partita se con Ibrahimovic vinci o no». Senza considerare che la prossima settimana il Cavaliere sarà impegnato al G8 di Deauville, in Francia, fino a venerdì.
Il premier, non potrebbe essere altrimenti, non è dell’umore migliore. Anche perché la corsa di Letizia Moratti è davvero in salita - anche se, ripete ai suoi, «dobbiamo crederci» - mentre la partita di Napoli tra Gianni Lettieri e Luigi De Magistris è assolutamente aperta. Insomma, il rischio di due sconfitte non può essere scartato a priori. Anzi, si ragiona a via del Plebiscito, va tenuto da conto proprio per valutare eventuali contromosse ed evitare che il governo venga investito dall’onda d’urto. Nonostante le elezioni di midterm abbiano visto sconfitti tutti i leader europei (da Sarkozy alla Merkel) certificando - è il ragionamento del Cavaliere - un trend in questo senso, è chiaro che un doppio ko si farebbe sentire. Così, se fino al voto Lega e Pdl viaggeranno a braccetto per cercare di tenere Milano e portare a casa la rimonta, dopo i ballottaggi il redde rationem con la Lega sarà inevitabile. Berlusconi però non teme, come dice qualcuno, che Bossi possa davvero staccare la spina. Anche perché il Senatùr si troverebbe davanti a un problema di ricollocazione del suo partito di non poco conto (con l’unica concreta possibilità che resterebbe quella di correre da soli alle prossime politiche).
Il rischio, insomma, secondo il premier è che Bossi possa piuttosto chiedere una «rimodulazione» della squadra di governo. «Per certificare che l’esecutivo è a trazione leghista», spiega un ministro vicino al Cavaliere. Tanto che già qualcuno ipotizza - ovviamente con la benedizione del Carroccio - una promozione di Giulio Tremonti a vicepremier. Il che, ovviamente, blinderebbe il governo e renderebbe ancor più saldo l’asse con la Lega. Si vedrà. Di certo, invece, c’è che almeno per il momento lo stop della Lega sul decreto blocca ruspe per Napoli ha sortito i suoi effetti.
Nonostante Berlusconi l’abbia annunciato chiudendo il suo comizio con Lettieri, infatti, il provvedimento - sul quale non solo Roberto Calderoli ma tutto il Carroccio avevano avuto toni molto critici - non è all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri in programma oggi. Quando finalmente Cavaliere e Senatùr si ritroveranno per la prima volta dal voto uno davanti all’altro.
In attesa di mettere a punto lo sprint della campagna elettorale e fare i conti con l’esito dei ballottaggi, Berlusconi è tornato anche a ragionare di come rimettere mano al Pdl. Le ipotesi sul piatto sono diverse e alternative. Da quella - non nuova - di affidare il partito ad Alfano, a quella di far entrare Scajola nel gruppo dei triumviri al posto di Sandro Bondi. Un modo per raccogliere le istanze di quel folto gruppo di parlamentari che arrivano dalle file di Forza Italia e che da tempo lamentano di essere tenuti in poca considerazione all’interno del Pdl. Di certo, però, ancora non c’è nulla. Anche perché sarà importante verificare la tenuta della macchina del partito nella rimonta milanese e nella partita napoletana.
D’altra parte, non ha torto Verdini quando dice che la media nazionale del Pdl è stata del 26,42%, contro il 27,26 delle scorse comunali del 2006. Insomma, «solo lo 0,8% in meno».