E al ristorante servono il maiale alla Honecker

Modernariato comunista: in tutti i Paesi dell'Est vanno di moda locali e gadget che si rifanno al Patto di Varsavia. Dalla prigione diventata bed&breakfast ai western "rigirati" per far vincere gli indiani

L’insegna stessa assolve da ogni peccato di nostalgia: «Al Maiale Rosso» (Pod Czerwonym Wieprzem), nome cui non sfugge un tono di presa in giro, è un nuovo ristorante di Varsavia che si trova all’angolo tra la Zelezna e la Chlodna, dove c’era il passaggio sopraelevato per il Ghetto. Fuori c’è una Volga nera, una di quelle auto russe che mettevano i brividi ai polacchi. Dentro: bandiere, uniformi, cimeli, un affresco di Marx, Engels e Lenin, nonché un ritratto con tutti i pezzi grossi dei regimi socialisti: da Mao a Castro passando per Breznev. E se le ricette sono a loro ispirate, i bliny col caviale alla Lenin, il porco alla Honecker, il cinghiale alla Tito e così via, l’ottima tartare, a me che sono italiano, fa pensare alla carne di bambino.

Ma tutto questo è solo un gioco in una capitale che ha preso le distanze dal passato, anche ridendoci sopra? I cimeli sono stati trovati, nella primavera 2006, durante i lavori di ristrutturazione di un edificio. Stavano dietro alle pareti, nascosti. Erano le vestigia di una taverna segreta, costruita dai comunisti per ricevere gli ospiti e dilettarli con piatti che la gente comune non si sognava. Una taverna collegata da un passaggio sotterraneo al grattacielo staliniano del Palazzo della Cultura. Fu costruita negli anni ’60 ispirandosi all’omonima birreria che nei primi anni del secolo scorso aveva sfamato e dissetato vari personaggi, tra cui Lenin, come testimonia una lettera di Rosa Luxemburg, e fu distrutta durante la guerra insieme al Ghetto. Riaperta segretamente da Wladislaw Gomulka, fu poi chiusa perché era oggetto di troppe chiacchiere. Oggi risorge alla luce del sole, ma naturalmente in chiave ironica.

Una tendenza opposta rispetto alla parola d’ordine Out-of-old con cui la gente dell’Europa orientale, dopo l’89, ha cercato di scrollarsi di dosso le macerie del passato. Ad abbattere le dittature ha provveduto «l’uragano di novembre», per dirla con lo scrittore praghese Bohumil Hrabal. Ma dopo la salutare tempesta gli ex sudditi si sono trovati circondati dai manufatti rozzi del regime, quelli che Vladimir Nabokov disprezzava come volgare imitazione dello spirito piccolo borghese consumista. E così i Paesi dell’Est sono stati presi da fanatica neomania proprio mentre all’Ovest andava di moda il modernariato, il vintage. La scena cult è quella del film Goodbye Lenin!, di Wolfgang Becker, dove il giovane Alex rovista nei bidoni di Berlino Est alla ricerca di spazzatura socialista perché vuole risparmiare alla mamma, risvegliata dal coma dopo il crollo del Muro, il trauma della fine della Ddr, e cerca di ricreare nel suo appartamento un microcosmo ancorato al passato. Un habitat alla Erich Honecker. Tra l’altro se la realtà imita l’arte, una situazione alla Goodbye Lenin si è davvero verificata: a Dzaldowo, Polonia, Jan Grzenski, ferroviere caduto in coma nell’88 in seguito a un incidente, si è risvegliato nel giugno del 2007 meravigliato di trovare tutto più «bello e colorato» e gli scaffali dei negozi pieni di merce di ogni tipo e non più solo di «senape e aceto».

Le cose non sono così innocue, portano dentro di sé una matrice malefica. Ricordo, quando vidi alla discoteca del Bobi Centrum di Brno, il bar realizzato con le moto Jawa al posto delle sedie. L’idea sarà pure presa da qualche road-house americana ma le vecchie Jawa utilizzate nel bar di una discoteca, nuova e sfavillante, erano le due ruote per eccellenza della Cecoslovacchia comunista e si vedono circolare ancora solo a Cuba. Di quelle moto mi aveva appena parlato una ricercatrice norvegese che si stava trasferendo a Praga per un dottorato su Jan Patocka, l’allievo di Husserl morto dopo un interrogatorio della Stb, la polizia politica. Il funerale del filosofo, in una chiesa di Praga, era stato disturbato dalle Jawa degli agenti motorizzati che smanettavano addosso all’edificio sacro proprio durante la funzione. Patocka, uno dei fondatori di Charta 77 e promotore dell’Università Underground, era studioso della fenomenologia e chissà che avrebbe detto del riutilizzo degli epifenomeni di un’epoca tragica. Cattivo gusto o sberleffo salubre?
Eppure, come tutti gli stranieri che giravano per i Paesi dell’Est dopo la caduta del Muro, mi sono talvolta compiaciuto di dormire in vecchi alberghi rimasti immutati da anni, con la vecchia televisione o la radio Tesla, piuttosto che in anonimi nuovi motel, e ho sperato che ne rimanesse qualcuno chiedendomi anche quando sarebbe cominciata l’operazione recupero. A distanza di quasi vent’anni ecco, dunque, che spuntano ristoranti, caffetterie e altre forme di riutilizzo del décor Patto di Varsavia. Persino nella Bielorussia di Lukashenko, ultimo dittatore rosso d’Europa: al tattoo shop dell’hotel «Yubilenya», di Misnk, c’è un poster di Lenin istoriato di tatuaggi come un maori.

In Germania, il fenomeno si concretizza nelle tante Trabant usate come divertenti reclame (ne ho vista una di recente sulla Langstrasse a Rostock), la parola coniata è Ostalgie, nostalgia dell’Est. Una tendenza malvista da alcuni intellettuali dell’ex Ddr come Jurek Becker, il quale si lamenta persino dei banali mercatini di spille, medaglie e bandierine comuniste sui marciapiedi della Unter den Linden. Di sicuro non berrebbe una birra allo «Zur Firma», locale con décor Stasi appena aperto, e neanche un caffè al bar dello Stasi Museum. A Lubiana lo scrittore Miha Mazzini mi ha portato nell’ex quartier generale dell’Jna, l’Esercito nazionale jugoslavo, trasformato in una zona di artisti alternativi, con gallerie espositive... e soprattutto: un Bed&Breakfast dove c’era la prigione. Ci sono le sbarre ancora alle finestre e una folla di giovani sloveni nel bar.
Mazzini stesso, con il romanzo Il giradischi di Tito, tradotto in Italia quest’anno da Fazi, non è estraneo al trovarobato proustiano post-Muro e mi racconta il Carosello Comunista attraverso i western coprodotti in Jugoslavia e Ddr: «Il titolo magico è Winnetou il Guerriero e puoi vedere l’inizio su Youtube. Ma ci sono diversi altri titoli. Naturalmente gli indiani vincevano sempre. Il più grande attore jugoslavo era Gojko Mitic. Dopo la guerra in Jugoslavia ha fatto un tour negli Stati Uniti per gli immigrati. È una cosa complicata: molta gente dell’Est è emigrata negli Usa ma non era soddisfatta degli indiani veri e così hanno importato Gojko Mitic, l’indiano della loro giovinezza».