E a Roma nasce l’Onu dei sommelier

nostro inviato a Verona
Luci e ombre per il Lazio nel Vinitaly che si concude oggi alla Fiera di Verona. All’edizione numero 41 del più grande salone italiano del vino, che da anni ormai è l’occasione per fare il punto sul mondo enologico, la nostra regione si è presentata in forze, con 86 cantine rappresentate al «Palatium», il grande padiglione dell’assessorato regionale all’Agricoltura e dell’Arsial e altre aziende di punta da un punto di vista qualitativo (come Casale del Giglio e Colle Picchioni) con stand propri. Ricco anche il calendario di degustazioni, convegni: tra tutti la «verticale» di otto annate di quello che è forse il più grande bianco regionale, il Latour a Civitella prodotte con uve Grechetto da Sergio Mottura nelle propaggini laziali dell’Orvietano. Insomma, il bello e il buono.
Ma qualcosa ci dice ancora che la distanza da regioni che anni fa erano al nostro livello e che poi hanno vissuto un boom in parte fatto di sostanza e in parte di immagine, come la Sicilia, la Puglia, la Campania, l’Abruzzo, è ancora tutta da colmare. A dircelo, oltre che la visita agli altri stand regionali (tuttora più vivaci), è uno studio sul mercato del vino condotto dall’Università di Siena, commissionato dalla Provincia di Roma e presentato nei giorni scorsi nella kermesse veronese: la ricerca fotografa un mercato ancora frastagliato e variegato, impossibile da presidiare se non con una attiva e costante presenza sul campo da parte dei produttori. La situazione è sì di «interessante potenziale» ma sembra però mancare di «un fattore d’innesco» per poterlo tradurre in «reali valori di mercato». Le produzioni romane in generale, Frascati e Castelli Romani in particolare, appaiono «generalmente dotate di un buon livello di notorietà e di reputazione qualitativa» ma «velata» di un sapore old fashioned legato più alla genuinità associata al passato che alla capacità di navigare sull’onda del presente e, soprattutto, del futuro. La notorietà invece, è vaga e associata anch’essa a un profilo di acquisto e consumo low profile, status peggiorato dalla bassissima notorietà di brand dei produttori e da una certificazione di basso appeal delle produzioni considerate.
Ma l’atmosfera a Palatium è comunque ottimistica. «Il Lazio non è più la Cenerentola delle regioni a vocazione vitivinicola», garantisce il presidente della Regione Piero Marrazzo, in visita al padiglione. E mentre il commissario straordinario dell’Arsial Fabio Massimo Pallottini punta a «costruire insieme una politica e creare un vero e proprio sistema delle Cantine sociali del Lazio», nei giorni veronesi è stata presentata anche la quarta edizione della Selezione dei vini del Lazio, il concorso enologico regionale che si svolgerà a ottobre, che è anche un’occasione per «offrire da una parte ai consumatori e dall’altra agli operatori professionali e ai buyer delle occasioni di conoscenza e di promozione qualificata dei nostri vini», come ha detto lo stesso Pallottini.
E i ristoratori? Anch’essi devono puntare sempre di più sul vino laziale. Per questo fa piacere che il sommelier del più grande ristorante romano, La Pergola dell’hotel Cavalieri Hilton, Marco Reitano, faccia notare come in carta ci siano venti etichette del Lazio: «Tre anni fa erano completamente assenti - fa notare Reitano - ma ora c’è l’offerta e si è scoperta la grande versatilità dei vini del Lazio che ben si abbinano sia alla ricette della tradizione romana che alla cucina internazionale, più delicata e leggera».
Infine due novità. Una arriva da Fontana di papa, che al Vinitaly ha presentato la nuova linea di vini «U -You»: quattro «monovitigno» dall’immagine più accattivante che si rivolgono ai giovani anche grazie a un progetto di responsabilità sociale di impresa per un consumo responsabile del vino. L’altra è l’«Atelier del Vino»: un progetto della Camera di Commercio di Roma presentato a Verona e che ha l’obiettivo di garantire al consumatore un «vino su misura». «Atelier del Vino» prevede la stipula di un contratto tra i vignaioli aderenti e i singoli consumatori che potranno scegliere, sulla base delle proprie preferenze, l’uvaggio, la tecnica di produzione e la confezione del prodotto. Il committente potrà visionare il vigneto, visitarlo, partecipare ai lavori o alla vendemmia, personalizzare l’etichetta e infine mettersi in cantina le bottiglie prodotte. I prezzi? Si parte da 480 euro per circa 120 bottiglie all’anno.