E Romano fa il puro: "Pubblicate tutto"

L'ex premier ospite di un convegno in Trentino ostenta la proverbiale serenità: "Un caso artificioso. Sono finiti i giochi, non parlo di politica"

nostro inviato a Roncegno Terme (Trento)

Avanti 50 km c’è il passato. C’è Bolzano, dove la Procura che indaga sull’affare Italtel-Iri registrava le telefonate. Ma a Romano Prodi il passato va indigesto. La crisi del suo governo, l’auto-esilio politico, ora perfino le intercettazioni. A Prodi in versione «disoccupato» - come si definisce - piace di più il futuro. Ed ecco perché ieri sera si è fermato in Valsugana, a Roncegno Terme, dove ha presenziato all’incontro «Parlando di futuro con le finestre spalancate sul mondo». Con le finestre spalancate e la cornetta alzata.
Già, perché se fosse per lui il varo di una legge sulle intercettazioni - senza la quale le sue conversazioni sono potute finire su Panorama - potrebbe attendere secoli. «Non ho nessuna contrarietà a che tutte le mie telefonate vengano rese pubbliche - ha replicato anzi l’ex premier dopo la solidarietà espressagli da Berlusconi -. Non voglio che questo artificioso caso politico spinga ad approvare una legge che sottrarrebbe ai magistrati uno strumento indispensabile». Contento lui.
Dalla rivendicazione di purezza di giovedì Prodi passa all’autocrocifissione del venerdì, che è pure il giorno canonico. E lo fa da Losanna, sede del suo impegno mattutino. Il Professore dalla Svizzera rifiuta la mano tesa e si pone al centro di una macchinazione. Tutto un complotto del centrodestra per portare il Pd dalla parte di chi vuole mettere mano alla disciplina che regola le intercettazioni. Una vittima sacrificale sull’altare della legge.
Passato e presente a Prodi recano in dote solo spine. Meglio proiettarsi sul futuro. L’occasione è una serata della scuola politica della Rosa Bianca. Non il partito di Tabacci (che ha perso la battaglia per l’uso del nome), ma quell’Associazione culturale nata nel ’78 da componenti dello scoutismo, del volontariato e dell’Azione cattolica. Quell’associazione che sul suo sito rivendica di non essere «un movimento politico di centro o di destra». E per il gioco delle tre carte si capisce dove pende la Rosa, che regala sostegno al Pd e petali di comprensione al Professore.
Dopo 5 ore di viaggio da Losanna, Romano e consorte arrivano alle 18.30 all’hotel Villa Flora. Lui si trincera in un abbronzato sorriso: «Di politica italiana non parlo. Mi spiace che le redazioni abbiano mandato cronisti politici». In effetti, a un intervento di un ex premier ci si poteva mandare dei telecronisti sportivi. Gli chiedono di commentare i fatti del Trentino e ottengono un rifiuto a statuto speciale. Gli chiedono una riflessione internazionale e raccolgono picche. Gli nominano De Gasperi e lui volta le spalle coperte da un maglioncino beige bofonchiando: «È politica italiana, non ne parlo». Il passato lo disgusta. L’ex premier è a dieta di parole. E non solo. Nel salone, tra gli esponenti del Pd trentino che accolgono il suo ritorno (era stato qui nel ’95) come quello di uno zio, Prodi fa la coda per prendere sedanini in bianco, verdure bollite e prosciutto cotto. Il vino non lo sfiora, il caffè glielo portano mentre stringe mani anziane e firma autografi del suo libro «La mia versione dei fatti». Eh, perché per conoscerla - quella versione - bisogna leggerlo. Lui non la spiega. Studia i suoi appunti e poi sale in cattedra, tra «monopolarismo» e Irak, Giochi cinesi e l’Europa così amata che «sul mio telefonino ho come suoneria l’inno, la nona di Beethoven». Quella che squilla quando lo chiamano. Appena prima che qualche magistrato schiacci il tasto «rec» e cominci ad ascoltare.