E Romano sfida gli alleati: dove andate senza di me?

Irritazione con D’Alema Diktat ai partiti: ora scelgo io i ministri, maggioranza blindata senza altri innesti

Roma - «Voglio vedere dove vanno senza di me». Fin dal pomeriggio, molto prima delle dimissioni e dell’apertura formale della crisi, il messaggio che arrivava dalle stanze blindate di Palazzo Chigi era quello della sfida di Romano Prodi alla sua maggioranza.
La sconfitta al Senato brucia, il premier non ha nascosto la propria irritazione per «l’ingovernabilità» dimostrata dai settori della sinistra estrema dell’Unione ma anche e soprattutto dall’eccesso di «drammatizzazione» che è stato impresso al dibattito di ieri sulla politica estera. Un dibattito che Prodi avrebbe volentieri evitato, che il Quirinale però gli ha imposto come verifica della sua maggioranza dopo lo scivolone nel voto sulla base di Vicenza. E Massimo D’Alema, con gli aut aut lanciati alla vigilia e con i toni usati ieri in aula, ha contribuito a rendere il voto di ieri un triplo salto mortale per il governo. Con l’esito che si è visto.
Ma incassato il colpo e sfogata l’irritazione, Prodi ieri si è mostrato «molto duro», dicono in casa ds, nei suoi colloqui con gli alleati. Ai quali ha illustrato un rapido e deciso percorso di guerra: dimissioni, consultazioni, conferma dell’appoggio a Prodi da parte di tutti i gruppi del centrosinistra, formazione di un nuovo governo «snello, con pochi ministri scelti da me», fiducia delle Camere e blindatura dell’attuale maggioranza: «Nessun allargamento, sarebbe un tradimento del mandato elettorale», spiegava ai suoi Parisi dopo un incontro con il Professore e alcuni dei suoi fedelissimi. Piuttosto, una sorta di «governo del premier», con un mandato pieno a decidere e governare sulla base del programma già sancito dal voto di aprile.«Se qualcuno nella maggioranza non ci sta, sono pronto a farmi da parte: io non sono un uomo per tutte le stagioni», avverte Prodi, con il sottinteso che - con lui ritirato sull’Aventino - il centrosinistra «non va da nessuna parte». È stato il premier ad insistere con i suoi alleati sulla scelta «irrevocabile» di dare le dimissioni: «Non hai alcun obbligo istituzionale di farlo, il voto di oggi al Senato è solo politico, non c’è alcuna sfiducia formale al tuo governo», hanno argomentato Clemente Mastella, Francesco Rutelli e lo stato maggiore di Rifondazione. Suggerendo un percorso più soft, niente crisi e un rinvio alle Camere per la fiducia: «E nella fiducia si inserisce pure il sì alla missione in Afghanistan, altrimenti tra venti giorni siamo da capo a dodici», spiegava il capogruppo Udeur Fabris. L’unico ad opporsi fermamente alla linea «soft» è stato D’Alema: «Il governo non ha maggioranza sulla politica estera: ho detto che ne avrei tratto le conseguenze e per quanto mi riguarda lo farò, dimettendomi». E ieri a tarda sera D’Alema faceva sapere che in queste condizioni lui comunque alla Farnesina non ci torna, neppure con un Prodi bis: «Il premier sembra non cogliere un punto fondamentale - spiega un dirigente ds - ossia che la maggioranza cui sta chiedendo di riconfermarlo non c’è già più, oggi si è rotta e domani sull’Afghanistan si romperà di nuovo». E quindi? Formalmente, tutti i partiti - Ds e Margherita compresi - ieri sera hanno fatto la loro parte, offrendo appoggio incondizionato e obbligato a Prodi. Al quale, dicono a una voce dalla sinistra radicale, «non esistono alternative». Resta però «il problema dei numeri», fanno notare dalle parti di Rutelli, perché «non possiamo stare appesi a uno o due voti al Senato su scelte di fondo». Un handicap «strutturale» di questa maggioranza, incalza il ds Cabras, che «su un tema come la politica estera non è accettabile». Tanto più, nota Fabris, che «il voto di oggi può essere il segnale che serve un governo in grado, per esempio, di combattere in Afghanistan. E questo non lo è». E ricorda: «Successe la stessa cosa nel ’98 sul Kosovo. E Prodi cadde».