E tra Russia e Usa si torna a litigare sui nuovi euromissili

Parlare di un ritorno alla Guerra Fredda sarebbe esagerato e prematuro. Quelli che si stanno riaffacciando sono però certi argomenti e certi toni. Argomenti in parte nuovi, perché innescati dall’intenzione del presidente americano George W. Bush di riattivare in forme nuove e più unilaterali il progetto reaganiano dello Scudo Spaziale, toni che inevitabilmente in parte riecheggiano quelli degli anni Settanta e Ottanta, dominati dall’atavico timore di Mosca di essere «accerchiata». Si erano già espressi su questo punto numerosi esponenti dell’apparato statale del Cremlino, compreso il presidente Vladimir Putin in persona.
Il discorso è stato ora rilanciato in un foro occidentale e in forma più «operativa»: dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov, sul Financial Times in una intervista «mirata» e da un fedelissimo di Putin, Konstantin Kosachev, sull’Herald Tribune. «La Russia - conclude più drasticamente Kosachev - è stata presa in giro». Da qui la sua reazione, che consiste nel progetto di costruzione di un nuovo sistema di missili «capaci di bucare qualsiasi difesa (parole testuali di Putin), di un modello «che nessun altro al mondo possiede né possiederà per lungo tempo.
I critici hanno già trovato un nome per questo ambizioso programma: «Gli euromissili del XXI secolo», rifacendosi agli ordigni di portata media con cui Leonid Breznev negli anni Settanta tentò di aggirare gli accordi appena stipulati con gli Stati Uniti per la limitazione e il controllo dei missili intercontinentali.
Il Cremlino affronta ora direttamente l’idea americana su tre piani: ne nega la necessità militare, ne denuncia i fini e le conseguenze geostrategici, insiste perché sia aperto alla Russia il negoziato che Washington ha appena proposto, in uno spirito forse riluttante, ai suoi alleati europei. Come noto Bush vuole impiantare barriere destinate a proteggere gli Stati Uniti dalla eventuale minaccia missilistica di «Stati canaglia» che potrebbero essere collegati con il terrorismo internazionale. E per questo vuol creare avamposti, alcuni dei quali molto vicini alle frontiere russe, a cominciare da dieci rampe missilistiche in Polonia e da una stazione radar nella Repubblica Ceca.
Lavrov, cioè Putin, gli ribatte ora che questa minaccia non esiste. «Nessuno fra quei Paesi possiede missili in grado di minacciare seriamente l’Europa, e tanto meno gli Stati Uniti. Non è pensabile che, ad esempio, l’Iran per lanciare ipotetici missili contro l’America debba farli sorvolare Varsavia». L’installazione di questo «sistema» sarebbe invece una violazione degli accordi russo-americani che posero fine alla Guerra Fredda e che contenevano, contestualmente all’ingresso nella Nato di Paesi dell’Europa Orientale, l’impegno a non «dislocarvi nuove infrastrutture militari».
Accentuano la preoccupazione di Mosca la cooperazione, preannunciata da Bush per il suo progetto, di 14 Paesi, soltanto sei dei quali (Danimarca, Francia, Germania, Olanda, Spagna e Gran Bretagna) facevano parte della «vecchia» Nato. Gli altri sono sparsi un po’ in tutto il mondo, in Estremo Oriente (Giappone, Taiwan, Australia e India), nell’Europa ex orientale (Repubblica Ceca, Polonia, Ucraina e Medio Oriente - Israele -). Una nuova «Nato planetaria», che incontra diverse resistenze. Le riassume fra l’altro l’ultimo presidente sovietico e premio Nobel per la pace, Mikhail Gorbaciov, che denuncia come gli Stati Uniti «non si sono nemmeno curati di consultare i membri della Nato, agendo così al fine di accentuare la loro dominazione in Europa». Mosca metterà tutti questi argomenti sul tavolo del consiglio Russia-Nato, che deve riunirsi a Oslo alla fine di aprile.