E Rutelli guarda a destra: col Pd alleanze variabili

Il vicepremier: «Se cade Prodi si va a votare Basta con chi ostacola l’azione di governo»

da Roma

Tante volte si è annunciato che il governo stava per saltare. Ma ora, l’escalation dei toni tra la componente radicale e quella riformista è da allarme rosso. E sono proprio i leader riformisti ad attaccare. Inizia Francesco Rutelli in versione «coraggiosa», a Brescia per la presentazione del manifesto del Partito democratico, che avverte: se cade Prodi, si va a votare. E sbatte il pugno sul tavolo: «Gli alleati li scegliamo noi (del Pd, ndr). Gli alleati per il cambiamento possono essere naturalmente quelli di oggi o quelli di quando si sarà raggiunto il traguardo meraviglioso di far capire che Unione vuol dire veramente unione». Detto ancora più esplicitamente: «Non vogliamo farci condizionare oltre ogni limite da chi voglia utilizzare le rendite di posizione non per realizzare ma per impedire. Questa è un’altra espressione liberatoria che sorge nel Paese e che ha accompagnato, non a caso con molta simpatia, il nostro documento (dei «coraggiosi», ndr)». Gli fa eco la fedelissima Linda Lanzillotta, per la quale il Pd sarà credibile se metterà in atto «una discontinuità nelle alleanze». È un ultimatum alla sinistra massimalista: smettetela di creare grane su pensioni e welfare, o vi buttiamo a mare. Poi tocca a Piero Fassino, il quale assicura che i Ds «difenderanno» l’accordo di palazzo Chigi sulle pensioni «in Parlamento e nel Paese» e si batteranno perché i lavoratori lo approvino nel referendum dell’autunno. Fassino parla di «un riflesso istintivo di conservazione» che non è giustificabile «di fronte ad un provvedimento di grande innovazione» e ripete che la riforma messa a punto dal governo ha portato al completamento della Dini. Un accordo, aggiunge, che chiude il problema pensioni. Perciò «non si comprende l’attacco critico dei settori minoritari della maggioranza di governo e del sindacato». E siccome è arrivato il momento di togliersi tutti i sassolini dalle scarpe, ce n’è anche per Bertinotti, di cui Fassino ha trovato «sgradevoli» le dichiarazioni «che facevano ritenere che qualcuno di noi richiedesse dei privilegi» a proposito delle intercettazioni richieste da Clementina Forleo. Pur confermando il sostegno a Prodi, il segretario Ds vede una «disarticolazione» del centrodestra che riguarderebbe l’Udc ma anche la Lega, e che ritiene permetta in futuro al Pd di allearsi con questi due partiti. Anche perché in Lombardia, Veneto e Sicilia «non riusciamo a governare da 15 anni». Non stupisce l’assenso di Follini, smanioso di riunirsi ai vecchi amici della Vela, di cui già da tempo ha pronosticato il salto della quaglia. Naturalmente, l’ala sinistra dell’Unione, seppur sorpresa da tanta veemenza, cerca di non farsi mettere all’angolo. Così, se Sgobio del Pdci e Russo Spena del Prc assicurano che porteranno avanti la battaglia su pensioni e legge Biagi, ribadendo di essere coerenti, di sinistra, perché difendono i deboli, e il ministro Ferrero tuona che sull’extragettito si decide tutti insieme, la risposta meno intimidita viene da Titti Di Salvo. Si rende conto Rutelli, chiede il capogruppo Sd alla Camera, «che delegittimando continuamente la coalizione attuale mette in difficoltà Prodi e il governo? Le sue sono parole di mera propaganda e visibilità al manifesto per il Partito democratico o lo fa apposta?». Ma all’insofferenza dei riformisti cerca di mettere un freno anche Rosi Bindi. Il centrosinistra può aspirare ad allargarsi, ma senza inseguire alleanze di «nuovo conio». Dice proprio così, citando Rutelli, il ministro della Famiglia, che correrà per la leadership del Pd. E che anche sulla conservazione dell’attuale identità del centrosinistra fonda la propria candidatura.