E Rutelli: la sinistra è indietro di 20 anni

Roma - Il giorno dopo, nel centrosinistra italiano qualcuno comincia a interrogarsi sul «fenomeno» Sarkozy, ad ammetterne il fascino e i possibili insegnamenti per gli aspiranti leader italiani. E i più rapidi, come sempre, sono Walter Veltroni e Francesco Rutelli.
Il leader della Margherita lo dice chiaro: Sarkozy «ha dato su alcuni temi la sensazione di maggiore novità, rispetto ad una sinistra molto legata al dibattito degli ultimi 20 anni». E da questo il centrosinistra italiano dovrebbe imparare che «bisogna incessantemente puntare sulla comprensione di ciò che cambia e sulla capacità di guidarlo». Imparare da Sarkò, insomma: e d’altronde Rutelli (sponsor del centrista Bayrou e mai caloroso verso Ségolène) non ha nascosto ai suoi, nelle ultime settimane, una certa simpatia per l’aspirante presidente di centrodestra e per la sua energia e «modernità». E ora si toglie la soddisfazione di ribadire agli alleati diessini che «la sinistra non è autosufficiente», a Parigi come a Roma, e che chi si è illuso che Ségolène potesse prendere i voti centristi era «velleitario»: la sinistra avrebbe dovuto proporre ben prima a Bayrou di allearsi «strategicamente», invece di «pretendere dai centristi, che già han fatto un passo storico abbandonando il centrodestra, di dar loro un sostegno». Un rimprovero a nuora perchè suocera intenda, insomma.
Ma anche il sindaco di Roma si dichiara «colpito» dal vincitore di Parigi. Dal suo discorso della corona, «che tendeva ad unire, invece che a dividere, dicendo che la Francia è una sola». Un esempio che «penso e mi auguro faccia capire a tutti che chi è eletto deve essere espressione non di una parte ma capace di rappresentare tutti». Senza contare, nota Veltroni, il «grande rispetto» che Sarkozy ha mostrato «per le istituzioni, per la sua rivale Royal e per quegli elettori che la hanno votata». Poi Veltroni si rivolge alla sinistra, ai socialisti in Francia ma anche ai suoi compagni dell’Ulivo in Italia. Registra la «terza sconfitta in dieci anni» del Ps, e dichiara «giunto il momento di una riflessione importante», per riuscire a capire che «i linguaggi e i temi della politica sono quelli del nuovo millennio e non più del Novecento». I risultati di Parigi sono «simili a quelli di altri paesi europei dove la sinistra ha perso» e dimostrano che «c’è bisogno di risposte, di linguaggi e di un calore nuovo». Quel calore che lui, Veltroni, è ben più capace di trasmettere di altri, nell’Ulivo.
Prodi intanto telefona al nuovo presidente, gli fa le congratulazioni, dice che gli sono piaciute le sue dichiarazioni sull’Europa e sulla «centralità del Mediterraneo», ma non vede nessuna «lezione da trarre» dagli eventi francesi. Perchè lui, assicura, la lezione l’ha già tratta da tempo: «I grandi blocchi sociali e politici che guardano più al futuro sono quelli più adatti a ricevere il voto popolare: ed è proprio questo che ci ha guidato verso l’Ulivo e ora ci sta guidando verso il Partito democratico». Piero Fassino, grande supporter della sconfitta Ségolène (che comunque «ha ottenuto un risultato impensabile fino a qualche mese fa»), trova nelle presidenziali di Francia la conferma che «la politica si bipolarizza ed è sempre più difficile ragionare in termini di centro, destra e sinistra». Il che dimostra «la bontà» del progetto di Partito democratico. E trova il modo di replicare per le rime a Rutelli: certo, «la sinistra deve fare i conti con il centro. Ma anche chi sta al centro non può credere di essere autosufficiente, ma deve fare i conti con la sinistra», se lì vuole stare.