E Salvi vuole piazzare i giudici nelle sedi dei partiti

Il senatore ds punta a dare alla magistratura il potere di dirimere le controversie interne, iscrizioni comprese

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

Dopo aver denunciato in un libro (Il costo della democrazia) la degenerazione della politica in «sprecopoli», i senatori Ds Cesare Salvi e Massimo Villone provano a eliminarne le cause. Nel primo giorno utile hanno depositato in Senato un progetto di legge che intende regolamentare in modo stringente l’attività dei partiti. Quindi meno congressi «pilotati», più referendum interni, tessere rigorosamente autentiche e controllate, tutela statutaria per le minoranze, cariche temporanee, incompatibilità con incarichi istituzionali, sanzioni economiche per chi non rispetta il «metodo democratico» richiesto dalla Costituzione. Ma soprattutto possibilità per gli iscritti di far valere i propri diritti davanti al giudice ordinario, come per l’azionista in una società di capitali.
«I partiti sono oggi il punto di massima debolezza del sistema politico», scrivono i due senatori nella relazione che accompagna il testo normativo. «Spesso diventano sedi di trattativa e magari di spartizione di benefit dell’azione di governo per i gruppi dirigenti. Nulla potrebbe essere più lontano dal modello prescritto dalla Costituzione: i partiti sono dunque il vero buco nero della politica italiana, qui bisogna guardare per un intervento efficace».
Eccolo, l’intervento: diciotto articoli per stabilire, cosa mai accaduta, «una disciplina generale sui partiti». Finora ha prevalso il più comodo modello «fai da te»: ognuno si dà le regole che preferisce e decide anche se e come rispettarle. Per Salvi e Villone i partiti devono cambiare natura (non più associazioni di fatto, ma dotate di personalità giuridica e soggette al codice civile) e consentire ai militanti di contare davvero.
Il progetto di legge prevede due nuovi istituti obbligatori: il recall e il referendum. Il primo è una spada di Damocle sugli organi direttivi perché consente agli iscritti, con voto diretto, di rimuoverli e sostituirli. Il secondo è il passaggio necessario per cambiare nome e simbolo. «Serve a evitare forzature da parte di gruppi dirigenti tentati di imporre evoluzioni sulla cui condivisione da parte della base si possa dubitare», scrivono Salvi e Villone (e il riferimento al nascituro e avversato Partito democratico non sembra casuale).
Per evitare che queste forme di voto siano manipolate dall’alto, nasce l’anagrafe degli iscritti. «È uno strumento di correttezza e trasparenza con cui si pone fine al malcostume di tessere fatte sull’elenco telefonico. Ad essa si lega il voto telematico, che supera la ritualità della democrazia delegata di congressi periodici, magari governati da signori delle tessere, e di organismi pletorici ai quali spesso partecipa stancamente una piccola frazione degli aventi diritto». L’anagrafe degli iscritti è depositata in Parlamento e aggiornata ogni anno. Con controlli a campione, si verifica che non sia taroccata.
Ma l’arma più incisiva a disposizione degli iscritti (e di «chiunque ne abbia interesse») è la possibilità di ricorrere al giudice per far valere «il rispetto della legge, dello statuto, delle delibere degli organi». Oggi tali controversie sono decise da organi interni ai partiti (commissioni di garanzia, collegi dei probiviri), che per lo più rispondono a chi già comanda e «dispone di tutti i mezzi utili per autoperpetuarsi».
Per Salvi e Villone questo sistema «non è più sufficiente»: gli iscritti devono avere la garanzia che solo un giudice terzo e imparziale può dare, compresa la possibilità di chiedere provvedimenti urgenti per difendersi. Anche un cittadino a cui il partito rifiuti l’iscrizione può rivolgersi alla magistratura. E tra i poteri del giudici c’è quello di togliere (in tutto o in parte, a seconda della gravità delle violazioni) i finanziamenti pubblici e i rimborsi elettorali di cui godono i partiti.
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it