E Schifani corregge Fini: «Legge buona e senza dogmi»

RomaÈ tutta una questione di «dogma». Religioso. E nessuno fa finta di non notare la divergenza di vedute, tra Renato Schifani e Gianfranco Fini, sulla validità o meno della Legge 40 sulla fecondazione assistita, in parte bocciata dalla Consulta. Così come sul rischio che lo Stato smarrisca il «lume» della laicità. Ma da qui a delineare uno scontro istituzionale, tra seconda e terza carica dello Stato, ce ne passa. In realtà, sarebbe meglio inquadrarla così: posizioni opposte, forse inconciliabili, ma entrambe legittime.
Certo, il «botta e risposta» a distanza non passa inosservato. E il tormentone va avanti per ore. Ma al di là dell’analisi, cos’ha detto ad Herat, in Afghanistan - a margine del cambio della guardia tra gli alpini della Julia e i parà della Folgore - il presidente del Senato? Che la legge in questione «è buona e di libertà, anche perché non vi può essere alcuna ingerenza dei partiti o di altro». Motivo per cui, «a parlare di dogmi troverei qualche difficoltà». Al contrario magari di Fini.
Siamo dunque in uno «Stato laico», rimarca Schifani, convinto che questo «significa non rinunciare alle responsabilità tutte le volte che ci si rende conto che ci sono vuoti normativi da colmare. Quindi, personalmente, non riscontro nella legge sul testamento biologico e sulla Legge 40 una presenza di eticità nella vita parlamentare, in particolare in tutte quelle leggi dove ci sono voti segreti. Lì sono le coscienze che decidono e non i dogmi». E poi, fa notare, il via libera parlamentare - era il 2004 e lui capogruppo di Fi a Palazzo Madama - avvenne pure con «i voti di Rutelli e della Margherita», andando così al di là della maggioranza di centrodestra. Detto questo, «la Corte costituzionale ha il dovere di vigilare sul rispetto dei principi». In ogni caso, prosegue Schifani, «mi auguro fortemente che le polemiche non rallentino l’iter dell’approvazione della legge sul testamento biologico». «Il Senato - insiste - ha fatto la propria parte, si è assunto la propria responsabilità, visto che era giunto il momento di intervenire in un vuoto normativo». E «ciò che abbiamo fatto», ricorda, adesso «è al vaglio della Camera». L’auspicio è che «l’altro ramo si assuma la sua responsabilità, condividendo o no il nostro testo, ma che sul tema del diritto alla vita e alla morte il Parlamento si pronunci».
Capitolo chiuso. Anche se, un’ora dopo, se ne apre un altro. Di mezzo c’è sempre Fini, ma stavolta ad affondare il colpo è Lorenzo Cesa. «Rispetto le posizioni che ripetutamente esprime il presidente della Camera contro lo Stato etico e a difesa di uno Stato laico, che per noi rischia di essere laicista», è la premessa del segretario dell’Udc, che poi però rintuzza: «Non vogliamo alimentare sterili polemiche, ma personalmente credo che Fini sarebbe ancora più libero di condurre le sue battaglie ideologiche se si spogliasse dei panni così impegnati di carica dello Stato». Come dire, si dimetta se vuole proseguire su questa strada, poiché da inquilino di Montecitorio «non può essere il paladino di battaglie di parte».
Non si fa attendere la replica della presidenza della Camera. «Se l’onorevole Cesa rileggesse l’articolo 134 della Costituzione - si scrive in una nota - comprenderebbe che il doveroso rispetto del Parlamento non impedisce ad un supremo organo costituzionale, qual è la Consulta, di valutare la legittimità delle leggi. Di conseguenza, non può destare scandalo esprimere valutazioni sulle pronunce stesse della Corte Costituzionale». Uno ad uno, palla al centro.
Intanto, il dibattito si concentra sulle eventuali modifiche da apportare alla Legge 40. «Non credo ci sia la necessità», ribadisce il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, secondo cui la sentenza «ha annullato con precisione una sua parte», mentre l’impianto generale «resta solidamente confermato». Adesso «bisogna attendere di leggere le motivazioni - continua il senatore del Pdl - e vedere se sia possibile, come è probabile, interpretare il combinato disposto che ne risulta con le linee guida».
Per il democratico Massimo D’Alema, invece, «il Parlamento deve ora mettervi mano per correggerla, in modo che sia utile al Paese e rispondente ai principi della Costituzione». Insomma, «non funziona», e «molte coppie italiane che chiedevano di avvalersi della fecondazione assistita, circa 10mila - afferma l’ex premier - sono dovute andare all’estero».