E gli scrittori trasformano il carnefice in vittima

DOPPIA MORALE I suoi «colleghi» intellettuali perdono di vista la realtà, volando tanto alto da non sentire l’odore del sangue

di Alberto Garlini

Già nel 2004, il caso Cesare Battisti era stato al centro delle cronache. Moltissimi furono in Francia gli interventi a suo favore, da parte di intellettuali di primissimo piano. Si disse che Battisti fu «vittima degli anni di piombo». Lo si identificò, da parte di Philippe Sollers, addirittura con un «eroe rivoluzionario». Venne affermato, da Erri De Luca, che «L’Italia ha avuto bisogno delle scosse rivoluzionarie degli Anni Settanta per acquisire una democrazia». Giuseppe Genna, al momento della fuga di Battisti dalla Francia scrisse che Battisti entrava nella leggenda. Valerio Evangelisti, al momento dell’arresto: «Abbiamo appreso con incredulità e immediata reazione di sdegno dell’arresto a cui è stato sottoposto lo scrittore Cesare Battisti... Solidarietà a Cesare Battisti!». Daniel Pennac scriveva: «L’amnistia è il contrario di ogni amnesia. Si tratta di chiudere una parte della storia per permettere agli storici di capire un periodo in modo meno passionale». Il suo arresto «è un delitto allo Stato di diritto». Anche Roberto Saviano sottoscrisse l’appello alla liberazione di Battisti.
Insomma sembra quasi che esista una doppia morale. Una valida per le persone comuni e un’altra applicabile alla categoria degli scrittori o degli intellettuali. Ma su questo non insisterei più di tanto, è talmente ovvio che non possano esistere sistemi giuridici separati per persone che abbiano diverse qualifiche, che non vale nemmeno la pena sprecare inchiostro. Urta il più elementare senso del diritto pensato dopo la rivoluzione francese, che vuole le leggi generali e astratte. Non credo neppure che chi si è speso per Battisti lo abbia fatto per sostenere una supposta superiorità dello scrittore o dell’intellettuale sul resto della popolazione. Credo che ci si trovi di fronte a qualcosa di diverso. Due diverse logiche vengono allo scontro, alla contrapposizione: una logica sacrificale e una logica cospirazionista. La logica sacrificale è quella che dà maggiore peso al corpo delle vittime, al loro sangue, alla loro vita. È in qualche modo un principio di realtà. Il sacrificio di Cristo ne è l’esempio più evidente. Il corpo della vittima non può e non deve essere dimenticato in sede di giudizio. È reale, non un’astrazione. Non una occasione per elucubrazioni, filosofie, opinioni storiche o altro. È il corpo del nostro amico, del nostro vicino, del nostro famigliare. Per usare una definizione cattolica: del nostro prossimo. Chi non riesce a scindere il giudizio storico politico dal corpo della vittima, pensa in una logica sacrificale. Non riesce a dimenticare la realtà. «Sente» quel corpo straziato.
Il cospirazionista è l’esatto contrario. Si perde in analisi: scompone, studia. Discetta sul Bene e sul Male, sul senso della storia, sulla filosofia, sulla politica. Crede sinceramente che il corpo della vittima sia solo una occasione per riflessioni di altro tipo (riflessioni in fondo più serie, e paradossalmente più «vere»), che proliferano in mille rivoli, intasano, nascondono ogni evidenza. Ogni opinione è uno specchio che riflette altre opinioni, finché le opinioni diventano fatti, e i mille fatti così acquisiti e composti ad arte diventano una verità storica. Che la cospirazione sia della lobby ebraica mondiale, o del Partito comunista che ha venduto la Resistenza, o dei servizi segreti, o del «sistema», il discorso è sempre il medesimo. Un intelletto che non si accontenta della realtà e della sua descrizione, ma deve trovare altre ragioni altri discorsi, interpretazioni più pregiate. Deve in sostanza dare la possibilità alla propria intelligenza di spaziare, di volare. Anche se il volo si libra talmente in alto da non sentire più l’odore del sangue.
Credo che gli scrittori che sostengono la causa di Battisti abbiano tanti pregi, ma anche questo difetto. Perdono di vista le vittime. Perdono di vista la realtà. Per quel che mi riguarda, uno scrittore non può fare altro che lodare la realtà. Non può fare altro che descriverla, molto umilmente. E non può permettersi di fare diventare vittima un carnefice.