"E se gli altri firmano, io che faccio?"

Viaggio a Fiumicino per cogliere gli umori dei comandanti. La categoria teme lo spettro della disoccupazione. Una volta chiamati sarebbe difficile rifiutare la nuova offerta di lavoro

nostro inviato a Fiumicino

È un Ognissanti diverso quest’anno a Fiumicino. Il giorno dopo la presentazione dell'offerta Cai per Alitalia e la firma dei contratti e dei criteri di assunzione da parte dei sindacati confederali, il personale di Alitalia vive con disagio il materializzarsi di una prospettiva finora sgradita.
Le organizzazioni autonome (Anpac, Unione Piloti, Avia, Anpav e Sdl) si sono confinate sull’Aventino del rifiuto trascinando con sé piloti e assistenti di volo e hanno costituito un «Comitato di sciopero e di lotta». Gli iscritti ai sindacati autonomi, però, cominciano a porsi degli interrogativi sul proprio futuro. In particolare, i «comandanti», categoria necessaria all'azienda, ma in maggioranza appartenente alle associazioni che rigettano la proposta di Colaninno & C. Quelle che fino a poco tempo fa sembravano granitiche certezze, adesso sembrano evidenziare qualche crepa. Soprattutto se, come probabile, Cai dovesse contattarli individualmente proponendo loro l'assunzione.
C'è quasi una consegna del silenzio: i giornalisti si rivolgano al sindacato. La voglia di parlare è poca, ma se si pone ai piloti una domanda secca, qualche ammissione, anche a mezza bocca, si riesce a ottenerla. «Se Cai le sottoponesse il contratto, lei firmerebbe?», chiediamo. «Ci sono colleghi che hanno figli e il mutuo da pagare. Se quelli firmano, io poi che cosa faccio? È questa la nostra preoccupazione», risponde un comandante senza nascondere i propri timori.
E la moral suasion dei colleghi di Cgil, Cisl, Uil e Ugl potrebbe alla fine rivelarsi determinante. Così fra un «Chiedete al sindacato» e un «Non voglio rispondere», ecco comparire un «non allineato». «Sono un rappresentante dei confederali - dice - ma se fossi iscritto ad Anpac o Unione Piloti firmerei perché il discorso sulla dignità professionale dei piloti si può anche fare dopo».
Nel primo pomeriggio l'esterno del Centro equipaggi Alitalia sembra un campo di battaglia abbandonato. Sono rimaste le bandiere di Sdl legate ai pilastri, mentre sul muro dell’entrata sono attaccati volantini e ritagli di giornale e un paio di cartelloni realizzati con carta da pacchi. «Non mettiamoci gli uni contro gli altri», «Bonanni, 100 giorni da pecora sull’Alitalia», «Silvio, sei più bugiardo della Franzoni», si legge. L'attacco più duro è riservato alla collega Celletti che scrisse una lettera per convincere i piloti a firmare («Un ringraziamento alla comandante Celletti che ci ha fatto la predica»). A qualche decina di metri di distanza, al Terminal B, è in corso un’assemblea spontanea del personale di terra e degli assistenti di volo (domani invece ci sarà quella ufficiale). Un volantino di Mobasta ritrae il mago Silvan che tiene in mano un aereo e i toni non sono amichevoli («Cordate di banditi all'assalto della diligenza Alitalia»).
Ma per i piloti la musica è diversa. «Ci sto pensando, questa ipotesi si sta materializzando e devo riflettere», risponde un comandante che sta prendendo servizio. Se lo chiamassero, forse non risponderebbe «no».
Come invece altri colleghi sono pronti a fare. «Cai come oggetto sociale si occupa di passamaneria. Io non mi occupo di passamaneria. Tragga quindi lei le conclusioni», risponde un altro ricordando le origini della società veicolo utilizzata per l’offerta. La contrarietà non è tutta orientata dai sindacati autonomi. La rivendicazione delle prerogative del proprio ruolo può anche non avere bandiere. «Non credo proprio che firmerei. Non sono iscritto al sindacato. Non mi sento tutelato e, visto che ci sono opportunità di lavoro fuori, preferisco andare via dall'Italia», racconta un altro.
C'è anche chi ha ancora voglia di scherzare: «Dipende dalla secante e dalla tangente e da che mediana si trova». Una convergenza parallela tra azienda e sindacato, quindi? «Esatto!».