E se fosse come «Lost»?

Ricordati di spegnere il computer, prima di uscire.
Palme, brezza atlantica, rum e frutta tropicale, sabbia così fina che ti sembra che abbiano usato tanti schiavetti per frantumare una montagna d’oro. Quasi quasi me ne noleggio uno per una settimana. Non si sa mai che l’oceano mi tenga il muso e decida di soffiare il suo vento ristoratore nella direzione opposta alla mia. In fondo, in ufficio, anch’io piego la schiena come un povero negro. E dire che c’è l’aria condizionata e non devo agitare la foglia di palma per nessuno. Ma un bel ventilatore umano non mi dispiacerebbe proprio. Alla faccia di Abramo Lincoln. Caspita che mare. Guarda che atollo. È talmente trasparente che si vedono gli antipodi. Già, da questo schifo di bimotore su cui ci hanno caricato, che, ogni volta che il vecchio Eolo starnutisce, sembra che alla fusoliera gli sia venuto il delirium tremens, si gode di una vista meravigliosa. Peccato che, data la mia scarsa passione per il volo, mi sia stretto una benda nera sugli occhi prima del decollo e abbia iniziato le litanie delle imprecazioni in esperanto. Così, mi risparmio la scena non tanto degli antipodi quanto dell’inferno che traspare da quell’acqua cristallina. Gli scossoni della carlinga, le urla dei pochi turisti che mi affiancano e l’esplosione all’impatto con la mamma atlantica, però, le sento e come. Per lo meno, mi sembra.
Ricordati di spegnere il computer, prima di uscire.
FINE PRIMO TEMPO
Ce l’avevano detto all’agenzia che sarebbe stata una bella avventura. E dire che avevo scelto il Venezuela e l’arcipelago di Los Roques, apposta: rivivi le emozioni del mare dei corsari e della presa di Maracaibo e i misteri del triangolo maledetto, calati nel misticismo sincretico delle varie santerie. Avventura? L’unica avventura a cui io e il mio amico volevamo partecipare era un po’ di sano svago caraibico. E invece no. Ora sono qui a scrivere queste sciocchezze su un foglio di carta straccia. Questa sì che è un’avventura. Finisco di scrivere e poi infilo le mie memorie in una bottiglietta di acqua che sono riuscito a nascondere sotto un cespuglio. Spero che, affidandole all’oceano, qualcuno prima o poi scopra che, per attingere a emozioni forti, non c’è bisogno di attendere con impazienza le assurdità che la nuova puntata di Lost ci darà per buone. Non posso dirvi dove siamo perché davvero non ne ho idea. So solo che non siamo in Piazza San Babila, che a un certo punto mi sono addormentato e che, quando mi sono svegliato - negli occhi il terribile impatto che forse non si è mai verificato - mi sono ritrovato su un’isola davvero deserta, non fosse per un paio di compagni di viaggio di cui solo ora conosco nome e storia. Con un mal di testa chimico. L’aereo dov’è? Probabilmente ripartito per il viaggio di ritorno che non so se avremo il privilegio di fare. A meno che... Che cosa? A meno che ci sia sotto un trucco più sottile e più sinistro. Siamo soli, è vero, ma, guarda caso, c’è una radio a batterie a farci compagnia. C’è anche una specie di baule, una di quelle casse arrugginite che i flutti fanno finire a riva in ogni film di pirati che si rispetti. Solo che di pirati - vivaddio - non se ne sono visti e che dentro non ci sono oro e diamanti. D’altra parte, cosa ce ne potremmo fare? Il tesoro non manca, per quanto striminzito: gallette e acqua potabile, qualche latta di frutta sciroppata, una scatola di batterie di ricambio per la radio. Che strano, vero? E dire che questa radio non consuma tanto. Di questo passo, potremo sentire notiziari di mezzo mondo e ascoltare musica tropicale anche quando si faranno sentire i morsi della fame. Basta girare la manopola di questa radio all’antica - sembra quasi che qualcuno si sia divertito a lasciarci questo esemplare desueto per dare alla nostra inattesa avventura una patina di démodé - per sentire le ultime notizie. Si becca persino la Rai. Che importa se il rumore di fondo ti fa drizzare i peli sulla nuca? Sembra che ci siano novità sulla sparizione del volo Caracas-Los Roques. Pare che abbiano trovato il corpo del capitano. In acqua. Stecchito ma non in cattivo stato di conservazione. Perché, a quanto sembra questo tizio non è morto immediatamente dopo l’impatto del bimotore con le acque turbolente dell’Atlantico e non è stato divorato da un pescecane o da un coccodrillo. Pare che sia morto diversi giorni dopo la sparizione dell’aereo. Stravagante caduta, vero? Eppure, eravamo sullo stesso volo. Già, sembra pure che le autorità locali non si stiano facendo in quattro per capire cos’è successo. Per trovarci. Che rabbia. Eppure, sento la nostalgia della mia famiglia, degli amici, addirittura di quella stronza della mia capa che mi ricorda che devo spegnere il computer prima di uscire dall’ufficio.
Seba Pezzani