E se l’Iran non facesse paura?

Gianni Baget Bozzo

Le elezioni iraniane hanno dato un risultato inaspettato: la vittoria di quello che i suoi sostenitori chiamavano il Robin Hood dei quartieri poveri, Mahmud Ahmedinejad. Non si può negare che le elezioni iraniane siano state vere elezioni e quindi ci sia stata una vera competizione elettorale. Il candidato ha vinto con il 60 per cento dei voti e ha vinto contro candidati schierati su posizioni diverse, tra cui il potente Rafsanjani, che sembrava destinato alla vittoria per le sue prese di posizioni apparentemente, adottando un linguaggio di compromesso.
Questo è il singolare risultato del sistema istaurato da Khomeini, un regime che esce al di fuori degli schemi costruiti sul modello fascista e comunista e che si sono instaurati nel mondo arabo con il nasserismo e il partito Baat. Così gli iraniani hanno avuto tre differenti opzioni di linguaggio e hanno scelto questa volta di appoggiare il candidato che aveva il più chiaro appoggio del custode della rivoluzione islamica, Khamenei. Ma questa volta il custode ha scelto un candidato laico, noto per le sue posizioni sociali contro la corruzione: è in qualche modo come se Khamenei avesse scelto la linea di Mao: «Sparate contro il quartier generale», facendo del candidato populista il protettore dei poveri.
In realtà i vari cambi di governo che si sono succeduti in Iran non hanno mai indicato un grande mutamento nella politica estera e nella politica interna del Paese. Il potere è sempre rimasto saldamente nelle mani del custode della rivoluzione.
La riforma iraniana è legata al carattere singolare della Shia in Iran. La Shia consente un regime in cui la tradizione e l’autorità dei religiosi si affianca alla lettera coranica, permettendo un’esegesi più libera rispetto al letteralismo della tradizione sunnita. Ha consentito perciò di creare uno Stato che è modellato sull’autorità religiosa, ma che consente una complessa costruzione politica e l’esistenza di istituzioni parlamentari e di forme democratiche in forma diversa dalla dittatura militare prevalente nei Paesi arabi, legata a un regime monopartitico.
Inoltre in Iran la questione religiosa si lega alla questione nazionale persiana e il regime khomeinista ha avuto il vantaggio di congiungere l’una e l’altra. Che cosa cambierà ora nella politica iraniana dopo il passaggio dei «riformisti» al governo del nuovo leader populista? Non è detto che i cambiamenti siano così grandi come sono diversi i linguaggi. L’Iran si trova singolarmente potenziato dalla crisi petrolifera, determinata dall’espansione della Cina e dell’India, e ha quindi un’arma in più da far valere nel mondo.
Nel suo insieme, il governo iraniano non ha intenzione di modificare l’assetto che lo circonda, ma vuole solo far sentire la sua voce, tenendo conto che esso confina con Paesi collegati agli Stati Uniti e, inoltre, a lui ostili per ragioni religiose. Deve far valere un’autotutela del proprio interesse nazionale. Il fatto che il nuovo capo del governo, pur escludendo rapporti con gli Stati Uniti, abbia deciso di continuare il dialogo con l’Europa per quel che riguarda il suo programma di energia nucleare, indica che esso è in linea di massima disposto a una collaborazione e cerca una legittimazione.
Le elezioni iraniane possono avere però effetti negativi sullo sviluppo democratico dei Paesi arabi, anche se l’Iran non può non essere a fianco degli sciiti dell’Irak, oggi militarmente attaccati dai sunniti. Il problema islamico si rivela di natura più complessa ed è difficile pensare che la evoluzione democratica avvenga in forme occidentali. Più delicato sarà il problema dei rapporti con Israele, ma certamente l’ultima intenzione del governo di Teheran è di destabilizzare la situazione mediorientale oltre un certo limite: anche l’Iran sciita è una eccezione nel mare sunnita e ha intenzione di conservare il suo stato privilegiato. Ciò vuol dire che il lupo può essere meno feroce di come lo si dipinge, così come d’altro lato i riformatori non hanno mai riformato.
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