E se in piazza

Questo governo ha fatto scempio della dignità e della vita delle donne. Non aspettiamo un voto in più o in meno al Senato, non contiamo sulle manifestazioni di Rifondazione, organizziamoci per spiegare quello che sta succedendo, proviamo noi a farlo cadere. Nel 2001 fondammo con un gruppo di donne intelligenti e consapevoli un'associazione che si chiamava «Branco rosa» per promuovere la carriera delle italiane nelle istituzioni politiche e civili. Oggi dobbiamo tornare a farci sentire per difendere qualcosa di molto più elementare: la vita delle nostre sorelle immigrate, minacciata dalla violenza dei loro uomini e delle loro pratiche religiose, ma anche dall'incoscienza colpevole e complice del governo Prodi. Non c'è tempo da perdere, le ragazze che vogliono vivere da occidentali scappano dall'Italia, dove non si sentono tutelate, si rifugiano in Francia. Oggi tocca a loro, domani alle nostre figlie. I numeri sono tremendi: delle sole marocchine, circa centoventimila, solo il venti per cento non vive in segregazione.
Questa lettera era arrivata in inverno, adesso Samira è al sicuro, fuori dall'Italia.
«Mi chiamo Samira, sono marocchina e sto in Italia da 10 anni, dall'età di 9 anni. Andava tutto bene finché ho cominciato a frequentare un ragazzo della mia età, per il quale in casa mia è iniziato l'inferno. Mio padre Driss vuole che cominci a portare il velo, non vuole farmi uscire più nemmeno per comprarmi un libro, e in più ha cominciato a prendermi a schiaffi e a calci, appena vedo alzare una mano il cuore comincia a battermi forte. Io sono italiana, mi sento italiana e non voglio rinunciare alla mia libertà, e non voglio portare il velo perché non voglio essere ipocrita con la religione. Scusami cara signora, ma non ce la faccio più, voglio scappare in Francia, e potrei anche cambiare nome. Mi dispiace solo per mia madre ma anche lei è convinta che io debba andarmene via prima che succeda una disgrazia oppure che faccia la fine di Hina. Voglio chiedervi se conoscete un'associazione di donne in Francia che possa aiutarmi a vivere la mia vita in pace, cosa che mia madre non ha potuto avere, ha fatto la schiava in Italia per tutta la vita. Attendo una vostra risposta. Conosco tante amiche che si trovano nella mia stessa situazione, alcune delle quali sono finite in centri in cui non possono nemmeno fare una telefonata, vivendo nella paura. Io non voglio fare questa fine, il mondo è grande e voglio vivere la mia vita! Continuate a denunciare, io sono una vigliacca e vado via!».
La seconda lettera è di qualche giorno fa, è di Anna. «Ho 21 anni, sono una ragazza italiana, a 18 anni ho conosciuto un ragazzo marocchino, dopo 3 mesi che ci frequentavamo, siamo andati a convivere a casa sua, dopo 6 mesi ci siamo sposati, lui insisteva anche perché aveva paura che non gli avrebbero rinnovato il permesso di soggiorno. Dopo 2 mesi dal matrimonio sono rimasta incinta ed è cominciato l'inferno. Lui al sabato verso sera andava a prendersi le birre e si ubriacava sempre, e poi diventava violento. Una sera, ero al settimo mese di gravidanza, lui era ubriaco e stava urlando e litigando con suo fratello e io sono scesa a vedere cosa era successo. Lui mi ha dato uno schiaffo, poi mi ha fatto salire in camera e per le scale mi diceva che ora mi faceva vedere e mi sono ritrovata per terra con il sangue che mi usciva dalla bocca. Poi è nata la bimba e mi sono trasferita a casa dei miei genitori. Nella nuova casa con la bimba ci siamo stati una settimana dopo di che l'ho mandato via perché aveva cominciato di nuovo a bere e vedendo la bimba mi sono fatta forza e l'ho cacciato. Il giorno prima di separarmi ho scoperto che aveva un figlio in Marocco. Dopo un anno lui vede la bimba attraverso gli assistenti sociali che lo appoggiano in tutto e per tutto anche se lui dimostra che non gli interessa niente della bimba. Tutti danno la colpa a me, ma ora sono cinque mesi che non la vede e gli assistenti sociali non capiscono che è lui che non vuole vederla e che continua a minacciarmi se chiedo il suo aiuto economico per la bambina».
Lettere come queste ne arrivano a centinaia all'Acmid di Souad Sbai e a chi, come me, si interessa della condizione delle donne immigrate in Italia. Ne aveva scritte tante Hina Saleem, e quante volte aveva provato a denunciare i parenti, prima che questi la uccidessero. Quante ne ha scritte Fatima R., prima di concludere che non le restava che tentare il suicidio contro le violenze dei suoi parenti, quei parenti che i giudici ayatollah della Corte di Cassazione hanno pensato di esimere da ogni responsabilità, nel nome del maschilismo e dell'antipatriottismo, certo non nel nome della legge né della nostra civiltà.
Ma dalla vicenda di Fatima, finita con una beffa atroce, e da quella di Hina, un processo cominciato malissimo, con il rifiuto di ammettere come parte civile le donne marocchine, bisognerà pur trarre qualche idea che non sia il solito sdegno e la solita rabbia, che ormai si vendono un tanto al chilo. I giudici che con termine generoso vengono chiamati toghe rosse ci sono sempre stati, e forse la sentenza della Cassazione, caduta nel silenzio agostano, sarebbe stata emessa sotto qualunque governo e legislatura. Ma il governo Prodi e i suoi ministri, addetti direttamente o indirettamente alle questioni della sicurezza nazionale e della violenza sulle donne, hanno seminato nel giro di un solo anno tanto di quel disprezzo, insipienza, fondamentalismo, tante battutacce sull'innocuità delle tradizioni siculo pakistane, tante definizioni demenziali, come «sono il ministro dei clandestini» o «meglio velate che veline», che qualunque arbitrio è diventato ammissibile, che il termine di Eurabia non è più una prospettiva spaventosa e lontana, è la nostra realtà quotidiana. Non voltiamo la testa dall'altra parte, è il mio appello.