E se il popolo americano non fosse liberal?

Negli Stati Uniti scala le classifiche il saggio di Laura Ingraham che accusa la sinistra di cantare «Power to the people» pensando però «Power on the people»

«Tutti noi ne abbiamo colpa. È innegabile: la sinistra americana ha avuto il controllo della nostra cultura per la maggior parte delle nostre vite». Sembra un mea culpa e invece è una dichiarazione di guerra. Culturale. A pronunciarla è Laura Ingraham, pasionaria conservatrice americana, titolare di uno degli show radiofonici più seguiti e opinionista di successo.
La dichiarazione di guerra è il succo dell’introduzione del suo ultimo libro: Power to the people che ha scalato le classifiche americane fino ai primi posti, sorpassando con un balzo l’ultima fortunata fatica dell’ex presidente Bill Clinton. Ma non aspettatevi qualcosa di simile ai piagnucolosi articoli degli intellettuali di destra italiani della serie: siamo in minoranza, i comunisti ci schiacciano nelle università, nei tribunali, nei giornali e in tv. In quei casi la logica conclusione è, ogni volta, un mesto «poveri noi». Nulla è più lontano dalla mentalità della Ingraham. La scrittrice americana intende combattere la sua battaglia dalle origini.
Primo passo: rimettere le cose a posto, anche semanticamente. Portando via - per esempio - lo slogan Potere al popolo a chi del popolo non è mai importato nulla. E sfatare così uno dei tanti miti che ancora resistono: la sinistra è sempre dalla parte del popolo. Niente di più falso per la Ingraham che, capitolo dopo capitolo, prende il mito e lo fa a pezzi. Erano i magnifici anni ’60 e ’70, racconta la giornalista americana. I giovani ribelli marciavano sulle note di Power to the People di John Lennon. Gridavano «potere al popolo», spiega. Ma quel che volevano dire era potere ai marxisti, ai socialisti. Gridavano «potere al popolo», insiste. Ma quel che volevano era il «potere sul popolo». Su quella maggioranza silenziosa troppo occupata a lavorare e a prendersi cura della famiglia per unirsi alla cultura della protesta. Gridavano «potere al popolo», ma sono diventati una delle classi dirigenti più elitarie e anti-popolari della storia dell’Occidente.
Gridavano «potere al popolo» come atto di ribellione contro il sistema. Ora, 40 anni dopo, sono diventati loro il sistema: hanno dimenticato il popolo e il potere l’hanno conquistato, ma per se stessi. Con quel potere hanno confezionato un Paese politicamente corretto, culturalmente schiavo di gruppi marginali e hanno messo in minoranza i valori tradizionali (e ampiamente maggioritari) del popolo americano.
Mentre tutto ciò accadeva - spiega Laura Ingraham - la maggior parte degli americani era troppo occupata a guadagnarsi un’onesta vita quotidiana, a educare i figli, magari, ad andare in chiesa. Il popolo non si accorgeva di quel che, piano piano, gli accadeva attorno. O forse, semplicemente, pensava che non ci fosse nulla da fare per fermare l’avanzata della sinistra e il sovvertimento dei valori e dei sogni americani.
Ora, però, il «popolo» è stufo. Dei politici, che non difendono le frontiere. Di Hollywood, che vende pornografia e blasfemia come intrattenimento. Della scuola, che insegna più sesso che Costituzione. Dei giudici, che credono che il loro compito sia fare le leggi anziché applicarle. Dei burocrati, che credono di sapere come spendere i soldi del popolo meglio del popolo stesso che li ha guadagnati. Insomma lo slogan Potere al popolo era un imbroglio. «È ora di riprenderci il nostro potere. Abbiamo molto lavoro da fare. Dobbiamo svegliarci dal letargo e reclamare l’eredità americana. La mia è una chiamata alle armi. Siamo noi - ora - a gridare: Potere al Popolo».
Quel che è più interessante è che la dichiarazione di guerra della Ingraham non è un caso solitario. Stufi di essere incatenati in categorie, slogan e ghetti costruiti ad arte dalla sinistra, i conservatori - tutti - hanno dissotterrato l’ascia della guerra culturale. Le librerie pullulano di saggi e pamphlet che rivendicano una rivolta contro la morale della sinistra globalizzata, contro il pensiero unico del buonismo alla Mtv. È una rivolta contro gli slogan che ormai fanno parte del nostro lessico familiare, che sono dati per acquisiti. E che sono invece, nella maggior parte dei casi, frutto di mistificazioni sedimentate per oltre quarant’anni nel luogo comune generale.
Esiste una serie di libri che va per la maggiore e che s’intitola Guida politicamente scorretta a.... Di volta in volta prende di petto uno dei temi caldi dell’attualità politica e culturale. Dal cinema alla guerra in Irak, dalla storia americana all’ecologismo modaiolo. E sbanca in libreria.
Sempre negli Stati Uniti è uscito recentemente un altro libro interessante a firma di Jonah Goldberg, editorialista di punta della National Review, storica rivista conservatrice americana. Il titolo è Liberal Fascism dove per «liberal» s’intende «sinistra». Il punto di partenza è questo: non esiste un conservatore, americano o europeo, che non sia stato almeno una volta etichettato come fascista. Un insulto che pone fine a qualsiasi discussione politica: getta l’avversario fuori dal dibattito democratico. E allora Goldberg spiega ai suoi lettori che non c’è nulla di più politicamente ingiusto e storicamente scorretto che appioppare a un conservatore l’etichetta di fascista. Soprattutto a un conservatore americano.
Il fascismo - spiega Goldberg - nacque e si sviluppò nei diversi Paesi europei come movimento di sinistra a base socialista. E come ogni progetto socialista che si rispetti vede il ruolo dello Stato preponderante sull’individuo. Non è un caso che molti principî fascisti siano stati sposati in pieno da progressisti americani come John Dewey e Woodrow Wilson. Persino Franklyn D. Roosevelt adottò molte politiche d’ispirazione fascista nel suo New Deal. Queste affermazioni - secondo Goldberg - suonano strane a orecchie moderne, ma solo perché abbiamo dimenticato quali furono i principî e le politiche che contraddistinsero davvero il fascismo.
Liberal Fascism si è già attirato gli strali di molte illuminate intelligenze della sinistra americana. Goldberg ne è fiero e insiste: piaccia o no, i nazisti di Hitler erano ferventi socialisti. Credevano nella sanità pubblica e gratuita e nel lavoro garantito. Espulsero la chiesa dalle scuole pubbliche, sostennero l’aborto e il controllo delle armi e infilarono in ogni piega della vita quotidiana lo zampino dello Stato. Bel programma. Ricorda qualcosa?