E se Roma si fosse chiamata «Rèmora»?

Corse il serio rischio, stando alla ben nota leggenda riferita da Ennio negli Annales, di chiamarsi Rèmora e non Roma. Per un attimo, i Latini e il mondo a venire rimasero sospesi fra i due toponimi (certabant urbem Romam Remoramque vocarent). Ora si tralasci, con uno sforzo d’immaginazione, di pensare la storia a partire dal 753 a.C. e ci si raffiguri cosa sarebbe avvenuto alla letteratura se quel secondo, allitterante, nome si fosse affermato. Poi, si ripensi ad alcuni degli infiniti versi memorabili in cui compare il termine «Roma», e si osi cancellare «Roma» per sostituirle il mancato «Rèmora». Tutto risulterà foscamente diverso: gli ordinamenti semantici alterati, le misure metriche fracassate, le omologie sintattiche disinnescate, le omofonie sonore nullificate. Dunque, se di Roma fosse stato cambiato ab origine unicamente il nome restando uguale tutto il resto, ora l’effetto sarebbe quello di avere una toponomastica e una storia letteraria differente.
Perché, di fatto, Roma è una monade di altissima forza attrattiva ed espansiva: non esiste stagione artistica o poetica che non l’abbia considerata o non ne sia stata ispirata. E qui non si discorre solo della poesia italiana: tutte le letterature l’hanno toccata, se ne sono servite in un gioco di dare e prendere. Così c’è una Roma dei Cesari, dei Papi, delle rovine, delle magnificenze. Una Roma la cui lingua raggiunge apici di perfezione e diventa il modello dei modelli, e una Roma dove si parla «il più sconcio di tutti i volgari italici» (la considerazione è, notoriamente, dantesca). Perché Roma soffre o gode del paradosso di essere stata, certo, fondata (ab urbe condita...) ma di essere, contemporaneamente, priva d’un sostrato stabile, d’un fondo raggiungibile e solido. Per questo è perennemente in fieri, è eterna in quanto mistura di stili, simbologie, valori: icona della complessità. E se nel creare contrasti consiste l’essenza del postmoderno, allora Roma è l’unico luogo che quell’essenza la incarna da sempre. E nulla come la poesia la esibisce, tenta (ostinatamente?) di illuminarla.
Si accennava a un ipotetico sguardo che raggruppi tutti gli sguardi poetici su Roma. In verità esiste, è un libro antologico: Sotto il cielo di Roma (Fermenti ed.), a cura di Filippo Bettini, un florilegio attraverso tutte le letterature, da Licofrone, Ennio fino alle Avanguardie, fino agli anni Settanta del ’900. Libro che, tra un secolo o un millennio, andrà aggiornato. Magari ripartendo dai versi di Giampiero Neri: «una comune esperienza si fa strada:/ ci incamminiamo per Roma/ straordinaria antichissima città quadrata».