E la Siae protesta con un «black out» di cinema e musica

Gian Maria De Francesco

da Roma

Un giorno di black out per cinema, teatri e musica. È la singolare forma di protesta decisa dall’assemblea generale della Siae, la società italiana degli autori e degli editori, per opporsi alla decisione del ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che in base a un’interpretazione del decreto «tagliaspese» pretenderebbe di prelevare 20 milioni di euro dalle casse dell’ente.
E così all’inizio di dicembre (si sceglierà una data particolarmente ricca di eventi; ndr) la Siae intende ritirare i permessi di utilizzazione delle milioni di opere che oltre 80mila autori ed editori hanno affidato alla sua tutela praticamente fermando l’industria dell’entertainment per 24 ore. «È un atto di prepotenza che non ha alcun fondamento giuridico, contro il quale la Siae si sta opponendo con ogni mezzo», ha dichiarato il presidente dell’associazione Giorgio Assumma. L’associazione, pur essendo un ente pubblico, è totalmente autonomo, si sovvenziona tramite i diritti di autore che le vengono affidati in gestione e non è beneficiaria di nessun trasferimento da parte dello Stato. Un’autonomia di bilancio premiata da conti ampiamente in attivo. Senza il versamento imposto dal ministero sarebbe a rischio l’approvazione del bilancio da parte del Tesoro e si spalancherebbe la strada verso il commissariamento. Già oggi, comunque, dovrebbe essere depositato un ricorso al Tar.
Ma il giorno di black out non è l’unico risvolto della questione. La Siae rischia di perdere i pezzi. Alcuni editori (tra i quali Ricordi, Emi, Warner, Sony e Universal) e alcuni autori quali Mogol, Ennio Morricone, Gino Paoli, Lucio Dalla e Gigi D’Alessio hanno manifestato il proposito di affidare a società straniere la gestione dei diritti. La possibilità di scegliere un’altra istituzione comunitaria è, infatti, un diritto degli artisti. Una tale eventualità si tramuterebbe inevitabilmente nella fine della Siae e anche in un danno al panorama musicale italiano. Se gli autori di Pensieri e parole, 4 marzo 1943 e Il cielo in una stanza trasferissero la gestione dei loro diritti a un ente estero, anche l’indotto ne soffrirebbe. «La pressione fiscale sui diritti d’autore - ha spiegato Gigi D’Alessio - e io le tasse le pago. In più intorno al mio lavoro vive un certo numero di persone che fa della musica il proprio mestiere. Se dobbiamo dare tutti questi soldi allo Stato cosa rimane?».
Ovviamente preoccupato Assumma. «Spero che autori ed editori - ha sottolineato - tornino sulle loro decisioni. Migliaia di dipendenti e collaboratori correranno il rischio di trovarsi sulla strada». In allarme anche i sindacati di categoria Cgil, Cisl, Uil e Confsal che hanno chiesto a Padoa-Schioppa e al ministro per i Beni culturali, Francesco Rutelli, di aprire un tavolo istituzionale. Sempre che il governo voglia cambiare musica.