E la signora D’Addario ricatta anche i vigili: «Bastardi, la pagherete!»

A Bari la signora Patrizia D’Addario è un nome conosciuto, secondo in popolarità solo a quello di Antonio Cassano. La famosa escort col registratore incorporato è ormai entrata nel novero di quanti, in caso d’emergenza, sfoderano disinvoltamente la frase: «Lei non sa chi sono io...». Sei paroline odorose di arroganza che dovrebbero - almeno nelle intenzioni di chi le pronuncia - far «spaventare» l’interlocutore; che invece, quasi sempre, si incazza di più. Lo sa bene lady D’Addario nei cui confronti la Procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio per violenza e oltraggio a pubblico ufficiale (art. 336 c. p.) e calunnia (art. 368 c. p.).
A formulare l’accusa, sulla quale dovrà pronunciarsi il Gip, è stato il Pm, Renato Nitti. Tutto nasce da una circostanza banale: una Lancia Y parcheggiata in divieto di sosta lungo via Sparano, elegante via dello shopping barese. Visto che il veicolo blocca il traffico, una pattuglia della polizia municipale decide di procedere con la rimozione forzata dell’auto. Ma appena il mezzo sta per essere tirato sul carro attrezzi, ecco spuntare carica di pacchi e pacchetti la bionda Patrizia D’Addario.
La fashion victim del Tavoliere ci mette poco a perdere le staffe. Dopo aver tentato invano di fermare gli agenti, parte subito con le minacce: «Adesso vi faccio vedere come mi sento male e vediamo poi cosa fate, lasciatemi andare via, è meglio per voi». E ancora: «Chiamo i giornalisti e ve la faccio pagare cara, bastardi». Espressioni che non abbiamo rielaborato noi, ma che sono tratte dalla richiesta di rinvio a giudizio firmata dal sostituto procuratore barese. Il Pm scrive, nero su bianco, di «tono molto concitato e minaccioso». Sul posto interviene anche un’ambulanza del 118, ma la D’Addario rifiuta ogni cura. Fine della prima parte.
Ma il meglio viene nella seconda parte. La scena si trasferisce presso gli uffici della squadra volanti e polizia di quartiere del commissariato di P.S. di Bari Nuova Carassi, dove la D’Addario «era stata convocata al fine di eleggere domicilio e nominare il difensore di fiducia in ordine ai fatti di cui al capo 1 di imputazione».
Presso il pronto soccorso dell’ospedale Di Venere dove era stata trasportata da autolettiga del 118, la signora D’Addario dichiarava quanto segue: «Il mio stato di agitazione ed il mio malore sono dovuti al fatto di essere stata portata e trattenuta in una stanza del posto di polizia contro la mia volontà da persona sconosciuta e non in divisa». Annota il sostituto procuratore Nitti: «Tale affermazione veniva riportata nel “referto per l’autorità di polizia” redatto da quella struttura sanitaria dove le veniva riscontrato “agitazione psico motoria reattiva” con prognosi di giorni tre salvo complicazioni». Una ricostruzione che, a giudizio del Pm, configura il reato di calunnia. Reato per il quale il codice penale prevede pene severissime. Alla nostra richiesta di un commento, l’avvocato della D’Addario ha preferito il silenzio. Che però non sempre è d’oro.