E a sinistra Israele rimane il Male

La sinistra, quali che siano le sue gradazioni, non riesce a vincere le pulsioni ossessive che le vengono del passato e quando più acute diventano le crisi nell’area mediorientale rispolvera i suoi livori anti-israeliani. Per questa parte politica lo Stato d’Israele, quasi per una maledizione infinita, è condannato a subire in eterno violenze e soprusi, dagli attentati suicidi agli attacchi missilistici da Gaza, in una sofferenza mostruosa, in un’indicibile angoscia. E quando Israele reagisce, per riaffermare il suo diritto alla vita, per esprimere un millenario e legittimo istinto di sopravvivenza, la sinistra per ciò stesso l’indica come l’istituzionalizzazione del male. Hamas, coi suoi strumenti di morte, il suo fanatismo terroristico, i suoi apparati bellici scivola su uno sfondo opaco, in primo piano resta la violenza di Israele. Resta, insomma, una menzogna.
La lettura di certi giornali è illuminante. L’Unità gioca la carta della commozione (Gaza ci guarda, ancora raid ancora morti) senza il minimo accenno alle ragioni della reazione israeliana allo stillicidio di attacchi di Hamas. Il manifesto parla tout court di aggressione israeliana e in un commento, in prima pagina, bolla come eterna bugia la pretesa alla sicurezza di Israele. Liberazione, quotidiano di Rifondazione comunista, si rivela più dietrologica: la reazione delle forze con la stella di Davide sarebbe stata dettata soltanto da interessi politici in vista delle elezioni di febbraio.
Sia chiaro, tutto il mondo civile, con la comprensibile esclusione delle organizzazioni fondamentalistiche dell’islam terroristico, auspicano che le operazioni militari cessino nella Striscia di Gaza, ma questo augurio non intacca le categorie morali che devono guidarci: Israele è l’aggredito, Hamas è l’aggressore, nessun torbido gioco illusionistico è possibile. Ed è singolare che a buttare fumo negli occhi in questa situazione tragica sia stato Gad Lerner, diventato, per fedeltà ideologica alla sinistra che l’ha nutrito, ipercritico nei confronti di Israele. Lerner è un posapiano, un compagno al rallentatore, e loda le azioni caratterizzate dalla lentezza. Secondo lui, errante in un articolo erratico su Repubblica, i dirigenti israeliani sono accecati dal mito della guerra lampo e, come un rabbino sapiente, cita Joseph Roth, facendo dire a Mendel Singer, impareggiabile Giobbe, che «tutto ciò che è improvviso è male, il bene arriva piano piano». Già, ma quanto ancora dovrebbe aspettare Israele per respirare la pienezza di vivere in sicurezza? I raid non servono, cosa ci vorrebbe, l’infinita pazienza di Giobbe? Gad Lerner si arrampica sugli specchi delle sue contraddizioni, scisso fra la fedeltà alle origini e gli obblighi della militanza. Offre un pessimo servigio alle une e all’altra, dimenticando che il Giobbe di Roth non avrebbe parlato con lui né con Repubblica.