E alla sinistra non resta che il revival dell'antifascismo

Ieri la sinistra italiana ha celebrato l’anniversario dell’8 settembre storico, mettendo in scena un proprio clamoroso, e paradossale, otto settembre politico. Il centrosinistra ha rievocato con una grottesca disfatta culturale una drammatica disfatta nazionale. Come l’esercito italiano, dopo l’annuncio di Badoglio, quello della sinistra, dopo le drammatiche dimissioni di Veltroni dal cda del museo della Shoah, marcia disorientato tra diserzioni e contraddizioni.
Ieri, con la scelta di aprire una polemica antifascista contro il ministro La Russa e contro il sindaco Alemanno, infatti si è consumato l’abbandono di tutto quello che era stato predicato di nuovo in questi anni. Se Veltroni, per recuperare consensi a sinistra e per tranquillizzare le truppe riscopre i vecchi rugginosi attrezzi ideologici dell’antifascismo militante, culturale e vigilante, non fa un torto ai politici di An. Ma mette una pietra tombale sul proprio percorso intellettuale e sulle principali innovazioni che il veltronismo aveva introdotto nella vecchia cultura politica del centrosinistra. Se Veltroni cerca di raccogliere consensi tornando a gridare «attenti al fascista» contro gli uomini del governo di centrodestra, infatti, deve in primo luogo vedersela con il sindaco che intitolava le strade ai Cuori neri (ovvero lui), con il leader che si faceva carico del lutto della famiglia Mattei (sempre lui), con l’amministratore che rivalutava il significato dell’architettura fascista (ancora lui). E se Veltroni, la sua coalizione, e tutta la sinistra che fu ulivista riaprono la piaga polemica della guerra civile, sbugiardano in primo luogo, non Gianfranco Fini, ma quel Luciano Violante che ormai un decennio fa, aveva scelto – da presidente ulivista della Camera - di onorare i caduti della Repubblica di Salò. Ecco perché il richiamo della foresta antifascista non è un caso isolato. È la certificazione di morte di una fase costruttiva che si era aperta quando era sindaco di Roma e con il discorso di Torino al Lingotto.
Il leader del Pd sa benissimo che non conquisterà un solo consenso, e che la sua si riduce – se va bene – ad una operazione di propaganda domestica nell’area dell’opposizione. Ma sceglie questa strada, perché sente di non avere più la forza per sostenere la linea del dialogo. Aveva detto «mai più anti», e si è ritrovato a rispolverare, fallendo, l’antiberlusconismo. Ora è la volta dell’antifascismo e non ci sorprenderebbe se la sinistra riuscisse a spaccarsi anche su questo. Aveva detto mai più parole di odio e ora si trova costretto alla polemica ideologica cieca.
Sì, è stato un otto settembre. E se continua così, tanto per restare in una metafora bellica novecentesca, il Pd si ritroverà chiuso in un atollo di nostalgia, come i leggendari ultimi giapponesi illusi di continuare a combattere anche dopo la fine della guerra.