E la sinistra radicale respinge la chiamata alle armi americana

Per Bertinotti l’invito di Washington è un "parere interessato, non interessante"

Roma - La chiamata alle armi di zio Sam? No grazie. In attesa delle modifiche al decreto per il rifinanziamento della missione in Afghanistan, che difficilmente scongiureranno il ricorso alla fiducia in Senato, la sinistra radicale rilancia la richiesta della «exit strategy» proprio durante la visita a Roma del presidente afghano Karzai. Ad accendere le polveri, l’offensiva di primavera annunciata dal presidente Bush jr., che il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, liquida in una battuta: «Mi pare un parere interessato, non interessante». Dopo il gelo del ministro D’Alema, il segretario ds Piero Fassino sottolinea che «le modalità con cui i soldati italiani agiscono in Afghanistan sono decise dal nostro governo e dai nostri comandi, non da altri». L’Italia è «autonoma» e non gradisce interferenze. E il ministro Di Pietro dice chiaro e tondo che «non è Bush che deve giudicarci».
Coglie la palla al balzo il capo dei deputati verdi, Angelo Bonelli, secondo il quale «il governo Bush come al solito dà ordini, ma l’Italia non può essere coinvolta da questa offensiva e se questa strategia americana fosse confermata l’Italia non potrà far altro che ritirare le proprie truppe». Per i Verdi l’annuncio degli americani «pone all’Italia e ai Paesi europei l’urgenza di rivedere la strategia e la relativa presenza in Afghanistan», in quanto l’offensiva «è in netta contrapposizione con l’obbiettivo italiano di lavorare a una conferenza di pace ed espone i nostri militari a rischi inaccettabili». Il pressing Usa «è un’interferenza inaccettabile», aggiunge il senatore verde Mauro Bulgarelli, che ha già annunciato il suo voto contrario alla missione. «Quella di Bush è una chiamata alle armi che bisogna disertare», conclude il senatore, secondo il quale la manifestazione di Vicenza dovrà essere «la prima grande risposta ai diktat Usa».
Ancora più articolata la tesi di un’altra «dissidente» verde, la senatrice Loredana De Petris, secondo la quale se rimane il no delle frange più moderate ai Dico, non si potrà poi pretendere un voto «unitario» sull’Afghanistan: «Il senso di responsabilità deve valere per tutti», dice. Ma la proposta di scambio non sarà facile da far accettare. Sul prossimo voto alla missione sono in pochi a conservare l’ottimismo del ds Umberto Ranieri, certo che «l’Italia onorerà l’impegno in Afghanistan» e che il Parlamento rinnoverà «in modo unitario e convinto» la missione. Se sulla «exit strategy» il ministro D’Alema chiude la porta («L’Italia continuerà a fare la sua parte»), il sottosegretario agli Esteri, Gianni Vernetti (Margherita), sottolinea che si tratterà anche di un «impegno di lungo periodo». L’altra sottosegretaria alla Farnesina, Patrizia Sentinelli (prc) insiste però nel chiedere che «la cooperazione civile non venga messa assieme all’intervento militare». La ministra Bonino parla invece di approccio «pragmatico e flessibile» alla missione. «In Afghanistan possiamo essere innovativi», sostiene.