E il sogno di Piller finisce sbranato dall’orso siberiano

Bronzo amaro nella 30 km di fondo, dietro a Dementiev e al norvegese Estil

Tony Damascelli

nostro inviato

a Pragelato

A un certo punto è sbucato l’orso siberiano. I due stambecchi azzurri stavano filando felici e vincenti, erano passati sotto il ponticello del Grange, dopo aver respirato il profumo del bosco a Traverse. Il sole era alto e caldo, Pietro Piller Cottrer aveva buttato via il cappellino giallo tre chilometri prima, Giorgio Di Centa spazzava la neve con il numero 10 che è quello degli artisti. A Pragelato l’aria era freschissima non gelata, due vecchie bacucche, alla fermata dell’autolinea, avevano sbuffato per i campanacci dei tifosi norvegesi. Olga, una matrioska a denominazione di origine controllata, russa dunque, con un tutone bianco e la scritta rossissima del suo Paese sulla schiena, stava piantata davanti ai raggi del sole nostrano. Nemmeno l’urlo della folla, là sotto, al Plan, riusciva a smuovere l’involucro biondastro. Odore di verze, fumi di polenta e di sigari toscani. Caos paesano in strada, pullman in ritardo, metal detector fuori uso, scivoloni sul fango. «Io le Olimpiadi le avrei fatte in Trentino, lì sono più attrezzati, abituati», pensiero e parola di uno con tanto di casacca ufficiale e con l’accento indigeno, oh basta là!
Pietro Piller Cottrer ha fatto dieci minuti di allenamento sui muscoli, tenendosi a distanza dal carosello di colleghi che andavano e venivano come pony express, agitando le braccia, correndo da fermi, chiedendo ai coach di cambiare lo sci e la racchetta, la neve si stava addolcendo troppo. Quando si sono ammucchiati tutti, per la partenza, sembrava la finale di giochi senza frontiere edizione invernale: le majorettes, la musica a palla, le bandiere sventolanti, lo speaker mezzo yankee e mezzo turineis. Via, con tre secondi di anticipo sull’orario previsto, le due meno un quarto. Sono partiti e sono spariti, dietro quella curva, su verso l’abetaia, di nuovo giù e ancora in salita, Vanoi che l’ha disegnata è un vampiro. Per venticinque chilometri il mucchio ha scherzato, era una non competitiva tra vecchie glorie. Ogni tanto il popolo alzava la voce, ogni tanto il gruppo norvegese scuoteva il campanaccio, approfittando dell’istante si fuggiva in sala stampa per un ignobile trancio di pizza: «Ci scusi ma ci hanno tagliato l’acqua e così non abbiamo potuto cucinare». Non soltanto il gas, dunque, pure la francescana, purissima, altissima acqua. Mille e cinquecento metri di altitudine.
Pragelato, il nome è una garanzia, più a sud c’è Villar Perosa, sito famigliare degli Agnelli, più a nord, il Sestriere, sito ludico degli stessi. In mezzo i fondisti sudano e spingono, piccole locomotive, cuore, gambe, braccia, robot di sangue. Prima la classica, poi la libera, trenta chilometri separati da un pit stop. Si fa in fretta a dire e scrivere così, quasi si trattasse di una corsa di automobili. Qui non ci sono telemetrie e alettoni, qui c’è l’uomo e basta. Eventualmente da controllare la qualità del carburante. Diciotto sotto zero, la temperatura della neve al mattino, quando le verze erano ancora a mollo e i fornelli spenti. Le bacucche no, stavano già ronzando, come megere dalle parti del grande, miserabile parcheggio dei pullman. Immagini di questi Giochi: il futuro e l’antichissimo, Torino e la sua montagna, così scarna e poi spettacolare, il Monviso che appare quasi improvviso, una cartolina viva, la prima neve, sporca, ghiacciata, dopo l’aridità e la polvere della pianura.
Pietro Piller Cottrer ha una onomastica troppo lunga per salire sul podio. Eppure gli italiani si sono a messi a spingere con lui, qualcuno stava ascoltando la radio, Tutto il calcio, e così il Pietro, all’arrivo, ha maledetto il football: «Si sarebbe dovuto fermare in queste settimane di Olimpiadi». Ingenuo. Ma dolcissimo. C’è chi dedica il gol ai lavoratori in difficoltà della fabbrica Delphi (cfr. Lucarelli a Livorno) e chi lo dedica al brigadiere Cristiano Scantamburlo, morto ammazzato da un delinquente in un conflitto a fuoco a Ferrara: «Sì, la mia medaglia è per lui, è per dare sollievo, se servirà, a chi sta soffrendo in queste ore. Sono un carabiniere anche io». Pietro Piller Cottrer così ha detto e poi ha aggiunto: «Sono alla svolta della mia carriera, ho vinto molto, quasi tutto ma mi mancava un riconoscimento olimpico. Il bronzo vale molto anche perché l’ho conquistato in una gara che non è mia. Sono più adatto alla 50 chilometri. È vero, verso la fine ho pensato di farcela ma non sono uno da velocità».
L’orso siberiano Eugeni Dementiev ha il sorriso di quelli che ti spiezzano in due, alza le braccia al cielo, in segno di gioia e di resa, lo hanno infatti sommerso di baci e abbracci cento e più. Ho visto anche la Olga, forse perché il sole stava tramontando. Ho visto anche le due bacucche. Forse l’odore di verza e di sigari toscani erano roba loro.
Si torna a valle, con la fotografia di quel ponticello e dei due stambecchi che credevano di avere vinto, prima che l’orso sbucasse, insieme con Estil che di nome fa Frode, mannaggia pure a lui. Un paio di curve e anche il trancio di pizza è dimenticato. Salve Piemonte.