E Soldati confessò: «Un Deserto di noia il Leone del 1964»

Da quando il Deserto rosso è uscito nei nostri cinema, mi capita, più volte ogni giorno, di incontrare amici e conoscenti che mi interrogano o anche mi apostrofano o aggrediscono, rivolgendomi parole che possono essere ridotte a questa semplice domanda: «Ti prego, sii sincero: come ha fatto la giuria di Venezia, e come hai fatto tu, presidente, a premiare questo film insulso e noioso?». E incalzano, tutti, noti e ignoti, amici e avversari, affettuosi e maliziosi, con l'enumerazione dei molti difetti del film: la noia quasi continua; la scempiaggine dei dialoghi; la miseria del racconto, e praticamente l’inesistenza di una vera trama; la recitazione della Vitti, troppo marcata, tutta a scatti, abbandoni, smorfie, stralunamenti di occhi, rosicchiamenti di unghie, alternati incantamenti e contorcimenti di labbra, insomma una rappresentazione troppo superficiale della nevrosi; d’altra parte, la recitazione di Richard Harris e degli altri, che è opposta a quella della Vitti e sembra troppo dimessa e quasi inerte, anche se perfettamente naturale; infine il senso, il succo di tutto lo spettacolo, che sfugge a ogni indagine e si dissolve nel nulla, al pari del racconto, a meno che non si voglia parlare un’altra volta dell’incomunicabilità e dell’alienazione, piaghe fatali e attuali della civiltà industriale.
Ebbene, anche io, anche noi sette giudici di Venezia, appartenenti ciascuno a una nazione diversa, quando vedemmo il Deserto rosso, durammo fatica a nascondere gli sbadigli e a mettere sui nostri volti un’ideale e doverosa maschera di compunzione o di soddisfazione. Tuttavia l’ultimo giorno, all’isola di San Giorgio, appena radunati per decidere, con uguale unanimità e con meravigliosa rapidità, senza discussione alcuna, entusiasticamente e quasi automaticamente, decretammo che il miglior film che avevamo visto era, di gran lunga, il Deserto rosso: e che il Leone d’oro poteva essere assegnato solo al Deserto rosso. Come mai? La risposta è molto semplice. Il Deserto rosso è il principe dei principi del film «belnò», cioè della categoria dei «belli e noiosi». Bello e noioso non vuol dire che è bello e noioso contemporaneamente, ossia nel corso delle stesse scene, durante gli stessi fotogrammi. Bello e noioso è un film che è ora bello, e ora noioso. Ecco dunque la spiegazione. Antonioni è eccelso. Chi parla di bellezza della fotografia, non capisce che, invece, si tratta di «bellezza dell’immagine»: cioè, tra tanti elementi di cui si compone il cinema, dell’elemento più importante e delicato. Pochi registi al mondo, e forse nessun regista italiano, ci hanno dato immagini che, nella nostra memoria, siano così persistenti come quelle di Antonioni. Dei migliori film di Rossellini, De Sica, Fellini, persino di quelli di Visconti, ricordiamo scene intere, scene nel loro insieme di inquadrature, dialogo, gesti, idee, movimenti, suoni. Ma, dei film di Antonioni, serbiamo immagini compatte, preziose, inalterabili. Antonioni si trova nella posizione di un vivissimo poeta lirico (di brevi e staccati componimenti) che si ostini a scrivere romanzi o drammi, e a inserirvi, senza neppure accorgersene, le sue stupende poesie.