E in Spagna arriva la carica delle meduse

Eleonora Barbieri

Almunecar, Spagna del sud. Qui, lungo le coste di questa città fondata dai fenici oltre duemila anni fa, ai primi di agosto si doveva tenere una gara di nuoto. Niente di più comune, visto il periodo. Ma nessuno degli atleti si è azzardato ad entrare in acqua: la baia era completamente infestata da agguerritissime meduse, e gli organizzatori hanno deciso di rinviare la competizione.
La temperatura in salita dei nostri mari attira questi animali, bellissimi nei loro colori trasparenti, ma poco amati da chi vorrebbe solo godersi un bagno in santa pace. E in Spagna, quest’estate, non è così facile. Nella sola zona della Catalogna, la Croce rossa ha dovuto curare circa undicimila persone dall’inizio della stagione, il doppio rispetto allo scorso anno. Le meduse si spingono verso i litorali alla ricerca di cibo e trovano un ambiente insolitamente favorevole e «tiepido», grazie al riscaldamento delle acque e alla minore presenza dei loro nemici classici, come le tartarughe.
È ormai qualche anno che gli esperti parlano di «tropicalizzazione» del Mediterraneo. Almeno dall’estate del 2003, quando venne rilevato un aumento della temperatura di quattro gradi sulla superficie del mare, da una media di 24-25 gradi a 28 gradi: uno sbalzo così elevato non si era mai verificato negli ultimi cento anni. Secondo gli studiosi dell’Icram, però, non si tratta di valori mai registrati in assoluto: circa 450 anni fa, durante il cosiddetto «periodo caldo medievale», le temperature erano simili a quelle attuali. Solo che non eravamo più abituati: è da circa ottomila anni che le acque del Mediterraneo si stanno raffreddando; con periodiche interruzioni dovute a escursioni «fuori dalla media». C’è chi invece nel surriscaldamento dell’ambiente marino vede una delle conseguenze dell’effetto serra, più che il risultato di cambiamenti naturali.
«Sono tre anni che registriamo un aumento di uno-due gradi delle temperature superficiali delle acque - ci spiega Sebastiano Venneri, responsabile mare di Legambiente -; è un dato che conta relativamente, perché è più importante il valore in profondità. Ma, al di là delle misurazioni, è un fatto la presenza di specie “alloctone”, prima sconosciute nel Mediterraneo». Il barracuda, alcune alghe «killer», pesci da barriera corallina: qualche esemplare riusciva a infiltrarsi nel nostro mare anche in passato, seguendo le navi: «Ma prima trovavano un ambiente ostile, troppo freddo, e non riuscivano a stabilirsi - prosegue Venneri -. Ora invece l’habitat per loro è molto più accogliente». Il problema non sarebbe il cambiamento di per sé: la contaminazione, per terra e per mare, nel paesaggio e fra le culture, l’ha sempre fatta da padrona nel Mediterraneo. Il fatto è che «queste specie “invasive” entrano in competizione quelle autoctone - spiega - e i risvolti di questa lotta potrebbero essere imprevedibili, in termini di biodiversità».
D’altra parte, qualche esemplare è ormai protagonista non solo delle esplorazioni dei sub ma, anche, sulle nostre tavole: le vongole delle Filippine, ad esempio, o il barracuda, temutissimo in acqua, ma la cui carne viene sempre più apprezzata, innanzitutto lungo le coste liguri.