E uno sponsor lascia mille tifosi in mutande

Jacopo Casoni

In un mondo dorato, ma dove i costi di gestione e organizzazione sono estremamente alti come quello del calcio, non si può prescindere dal «dio denaro» e da una semplice regola aurea: gli sponsor sono sacri, intoccabili, indispensabili. E la Fifa sembra essersi adeguata.
Iniziò il Cio che, in occasione dell’Olimpiade invernale di Torino del febbraio scorso, si adoperò alacremente per scongiurare ogni tentativo di violazione dell’esclusiva di vendita e visibilità accordata, dietro congruo compenso, ai partner commerciali della manifestazione. Addirittura nelle sale stampa degli impianti, i giornalisti al seguito dell’evento furono invitati a bere solo prodotti «amici» e, in caso di dimenticanza o cercata «provocazione», addetti solerti erano pronti a sostituire la bevanda già consumata per metà con una confezione ancora integra dello sponsor ufficiale.
Adesso tocca al calcio e alla Fifa seguire l’esempio. Dopo le polemiche pre-mondiale, scatenate dalla scelta della Budweiser, compagnia americana, come birra ufficiale del torneo (risolte a forza di concessioni alle case produttrici tedesche), ieri la cosiddetta «guerra della birra» ha vissuto il suo capitolo più paradossale. Un migliaio di tifosi olandesi si sono presentati al Gottleb Daimler Stadion di Stoccarda agghindati con pantaloni orange griffati Bavaria, e si è scatenato il finimondo. Gli steward dell’impianto hanno bloccato il drappello di festanti supporters e hanno imposto loro di liberarsi degli indumenti incriminati. Gli olandesi, attoniti ma decisi ad assistere alla gara della loro nazionale contro la Costa d’Avorio, sono stati costretti, dunque, a cambiare mise. Niente abbigliamento sostitutivo fornito dalla Fifa, però, ma semplicemente la rinuncia ai pantaloni. Risultato: mille persone ridotte in mutande, anche quelle rigorosamente arancioni.
Certo, quella di ieri è stata una sorta di invasione di massa da parte di un marchio concorrente del partner ufficiale, ma la reazione dei vertici del calcio mondiale è apparsa ai più una presa di posizione quantomai radicale. «Capisco che la Fifa abbia i suoi sponsor – ha commentato Peer Swinkels, manager della Bavaria –, ma non può obbligare le persone a spogliarsi. In questo caso, oltretutto, non si trattava di pubblicità, ma di un omaggio olandese alla cultura tedesca». Parole di parte, certamente, ma ragionevoli. Markus Siegel, responsabile della comunicazione della Fifa, ha però ribadito la volontà e la necessità di proteggere gli sponsor. «Non abbiamo il diritto di dire ai tifosi cosa indossare – ha spiegato –, ma se migliaia di persone si vestono tutte allo stesso modo per promuovere un prodotto dobbiamo impedirlo». Anche a costo di denudarli: il «dio denaro» lo impone e il mondo del calcio, sponsorizzato anche nell’anima, esegue.