E la stampa finì in ginocchio

D’accordo: la Farnesina ha avuto pochissimi giorni per organizzare il summit internazionale della pace. E sistemare 800 giornalisti, tanti erano quelli accreditati, era tutt’altro che semplice. Ma se la Farnesina sperava in un ritorno di immagine dal summit sul Libano svoltosi ieri a Roma, ha ottenuto il risultato opposto. Nemmeno volendo avrebbe potuto trattare peggio quegli 800 giornalisti, per la maggior parte stranieri, che sono stati costretti a seguire la conferenza stampa conclusiva in una posizione del tutto insolita: seduti sul pavimento in marmo della sala De Grenet del ministero degli Esteri, dove non erano stati predisposti né sedie, né cuscini, né tavolini. Quando, alle 14 e 45 D’Alema, la Rice, Annan e il premier libanese Siniora hanno fatto la loro apparizione, con quasi due ore di ritardo rispetto al programma, si sono ritrovati di fronte una marea di reporter accovacciati come scolaretti in gita scolastica. Degno epilogo di un summit che D’Alema e Prodi sognavano memorabile. Un’ora in coda sul marciapiede per i controlli al metal-detector e per ritirare l’accredito. Poi, un’ora e mezzo pigiati in un corridoio in attesa di poter entrare nella sala De Grenet. E una volta dentro affrontati dal portavoce della Farnesina, Pasquale Ferrera, che si è accorto che i reporter in piedi coprivano le inquadrature delle telecamere poste sul retro e ha minacciato di rimandare la conferenza stampa fino a quando non si fossero seduti. Ottocento giornalisti in ginocchio, sporchi, sudati e inviperiti. Un trionfo della Comunicazione.