E' stato Tremonti a far cadere il CavaliereVi mostriamo la prova

Fu l’ex ministro a opporsi al decreto anti-crisi da presentare al G20. Così il governo fallì la missione e il premier fu costretto a lasciare. <strong><a href="http://www.ilgiornale.it/interni/cosi_giulio_ha_convinto_napolitano/07-0... target="_blank">Leggi il documento</a> </strong>ufficiale del Quirinale<strong></strong>

Roma - Era la mattina del 3 novembre quando Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti erano seduti uno davanti all’altro nell’aereo che li portava a Cannes per un G20 delicato e per molti versi drammatico visto che tra i temi in agenda c’era proprio la crisi italiana. Motivo per cui il Cavaliere avrebbe voluto presentarsi al summit con in mano un decreto che recepisse la lettera di intenti inviata a Bruxelles dal governo italiano solo una settimana prima. Un segnale, ripeteva Berlusconi in quei giorni, importante rispetto ai nostri partner internazionale e ai mercati.

Quel decreto, la storia è nota, non arrivò mai. E a Cannes il Cavaliere si presentò a mani vuote. La ragione è nota, almeno agli addetti ai lavori, visto che il tam tam dentro al governo e al Pdl metteva sul banco degli imputati proprio il ministro dell’Economia. Da oggi, però, quello che fino a ieri era un semplice retroscena giornalistico diventa un fatto certo e comprovato. Con tanto di sigillo di Pasquale Cascella, consigliere per la comunicazione del presidente della Repubblica. È lui a raccontare che poche ore prima del Consiglio dei ministri che il 2 novembre avrebbe dovuto approvare il decreto fu proprio Tremonti a mettersi di traverso. Si presentò al Quirinale e a Giorgio Napolitano disse di essere assolutamente contrario al decreto. «Il ministro - racconta Cascella - si era “detto convinto” si dovessero “definire solo le misure più urgenti tra quelle indicate” e lo si dovesse fare “nella forma della presentazione di emendamenti alla legge di Stabilità” in quel momento all’esame del Senato».

E così, invece di presentarsi al G20 di Cannes con in mano un decreto legge che sarebbe entrato subito in vigore e avrebbe rappresentato un segnale forte per l’Ue e i mercati, Berlusconi arrivò al summit con un semplice maxi-emendamento alla legge di Stabilità, cioè nulla di preciso e di definitivo visto che un testo del genere viene modificato e ritoccato più volte durante i passaggi in Parlamento. Il segnale, insomma, fu debolissimo. E il Cavaliere ne era ben consapevole tanto che nei giorni del braccio di ferro con Tremonti che precedettero il Consiglio dei ministri i toni superarono più volte i livelli di guardia. Con un faccia a faccia nel quale il titolare dell’Economia arrivò a chiedere al premier di «fare un passo indietro perché per l’Europa e i mercati il problema sei tu». Eloquente la risposta di Berlusconi: «La colpa è tua visto che sono tre anni che vai a sputtanarmi in giro per il mondo». Gli ultimi scambi di uno scontro che andava avanti da mesi e che già una settimana prima di quel 2 novembre era stato durissimo. Alla stesura della lettera d’intenti da portare a Bruxelles, infatti, Tremonti si guardò bene di partecipare e solo a tarda sera fu convocato a Palazzo Grazioli perché il Cavaliere pretendeva un suo via libera. Altrimenti, fu lo sfogo dell’allora premier, «domani al Consiglio europeo ci mando Giulio così finalmente si assume qualche responsabilità».

Al di là dei retroscena e delle ricostruzioni giornalistiche, dunque, a confermare che fu proprio Tremonti a stoppare il decreto è oggi il Quirinale. Fonte, vogliamo immaginare, piuttosto attendibile. Napolitano, insomma, non fece altro che «prendere atto» (parole di Cascella) delle «riserve presenti all’interno della compagine governativa». Che poi erano quelle del solo Tremonti visto che tutti il resto del governo, nessuno escluso, spingeva per il decreto. Come è finita è storia nota. Con Sarkozy che proprio a Cannes spinse per un vero e proprio «commissariamento» dell’Italia e l’Fmi che decide di «monitorare» i conti italiani. Dieci giorni dopo e con lo spread alle stelle - il 12 novembre - Berlusconi salirà al Colle per dimettersi.