E lo statuto dal partito rimane ad personam

Sparita la proposta di delegare al congresso le modifiche statutarie. Le
regole le detta il presidente. Solo sei persone possono ritoccare il testo: tutte nominate da Di Pietro Borghesi: "Nodo cruciale"

Roma - È sera tardi, al congresso si lavora e si discute ancora, quasi ininterrottamente fin dalla mattina. I delegati Idv, venuti coi pullman da tutta la penisola, sono stanchi, distratti. È il clima ideale per una sparizione. Le mozioni vengono passate in rassegna una dopo l’altra, rapidamente, ma sono troppe. Ce n’è una importante, che riguarda lo statuto ad personam dell’Idv, un’anomalia evidente, «palese» secondo il firmatario della mozione, il deputato Antonio Borghesi.

Il dipietrista propone una cosa semplice: le modifiche allo statuto, «che è il massimo strumento di regolazione della organizzazione e della vita interna di una associazione, non può che essere modificato dal suo massimo organismo, che è appunto l’Assemblea Generale dei soci, cioè il Congresso nazionale». Invece lo statuto Idv prevede che l’unico organismo che possa modificare il testo sia l’ufficio di presidenza, il gabinetto di Di Pietro. «È un’anomalia, alla quale è difficile dare giustificazioni solide», sostiene Borghesi che ha portato la mozione al congresso. Però, coup de théâtre, la mozione sparisce, insieme a molte altre, e viene derubricata a «raccomandazione» per il futuro.

«Non se n’è nemmeno parlato, peccato perché è una questione centrale» lamenta Borghesi nell’atrio dell’hotel congressuale, circondato da qualche delegato che la mette giù più dura: «Se poi non si fa nulla lasciamo il partito, è una questione di democrazia». In effetti il caso dello statuto Idv è singolare. Il documento che norma la vita di tutto il partito è appannaggio solo di sei persone, tutte nominate dal presidente appena riconfermato con plebiscito, Antonio Di Pietro, che dunque è l’unico a controllare il partito. Nel Pd, alleato di Tonino, le cose vanno molto diversamente, e le modifiche allo statuto (si legge nell’art. 44) «sono approvate dall’Assemblea nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei componenti». Così succede anche nel Pdl, dove «le modifiche statutarie spettano al Congresso nazionale, che le approva a maggioranza qualificata dei due terzi degli aventi diritto al voto».

La mozione del deputato Idv doveva sanare quest’anomalia del partito di Tonino, anomalia che ha implicazioni anche sul discusso capitolo dei conti e dei finanziamenti pubblici. Ma, per velocizzare i lavori (o forse per rimandare il problema), l’invito a regolarizzare la questione è diventato un semplice buon proposito. Un’anomalia «alla quale è difficile dare giustificazioni solide - c’era scritto nella mozione poi messa nel cassetto -, poiché demandare tale funzione ad un organo del partito, tra l’altro non elettivo, come l’Ufficio di Presidenza, si presta ad interventi dettati da motivi contingenti, mentre uno Statuto dovrebbe essere modificato solo per ragioni che trovano larga condivisione tra gli associati». Il tempo per discuterne, però, non si è trovato, in 12 ore di lavori.