E Stefano non parla più Il dolore muto di un marito senza dubbi

Presente a ogni udienza, ha rovistato tra le carte processuali. Diceva: «Sono pronto a tutto per la verità». Ma ora sembra solo un uomo distrutto

nostro inviato a Ripoli

Santa Cristina (Bologna)
È come se fosse in carcere con lei. Con la sua «bimba». Stefano Lorenzi è diventato l'uomo evanescente, dalle 23 e 17 di mercoledì, quando l'orologio della libertà si è fermato per la moglie Annamaria. Ora è il marito che non parla più. Che sfuma nell'aria rarefatta dell'Appennino bolognese. Assente nella cagnara contro giudici e giornalisti innescata dal popolo del feudo. Latitante nei commenti del day after e dell'after-day- after. Lontano da lacrime e commozione nel festivalbar di questi giorni di piagnistei. La sua prima e unica apparizione, dopo l'epilogo della vicenda che lo riguarda molto da vicino, è avvenuta ieri quando è entrato nel carcere della Dozza per far visita ad Annamaria. È uscito, anche se avrebbe voluto restarci all'infinito, senza dire una parola. Come, senza dire una parola, era entrato.
Eppure Stefano Lorenzi parlava. Eccome se parlava. Ha sempre parlato. «Non ho più fiducia nella giustizia italiana. È inspiegabile. Il nostro caso ha dell'incredibile sin dal primo giorno e continua così. Abbiamo dimostrato tutto, ovvero che non c'è nulla che sta in piedi. Annamaria è rimasta molto male perché è una decisione inaspettata. A questo punto andiamo avanti, combattiamo nella speranza che esca la verità, come facciamo da due anni e mezzo». Era il 18 luglio 2004, giorno della prima sentenza di condanna a trent'anni inflitta a sua moglie per l'omicidio del piccolo Samuele.
Già, «andiamo avanti». Perché Stefano Lorenzi è sempre andato avanti. Non ha mai perso un'udienza e ha rovistato tutte le carte processuali per capire perché tutti consideravano sua moglie un'assassina. «So che mia moglie è innocente, è questa la cosa più importante», ha sempre detto e ribadito. Detto e ribadito, appunto. Persino da posizioni scomode. Non solo metaforicamente parlando. Accettando, per esempio, è il 3 novembre del 2005, di restare accucciato per ore nel canalone dietro la villetta di Montroz a interpretare il Mister X, presunto assassino di Samuele. Il «film» artigianale, per la regia il detective Giuseppe Gelsomino, consulente dell'allora avvocato di Annamaria, Carlo Taormina, ideato per dimostrare che il vero assassino avrebbe potuto entrare e uscire dalla villetta senza essere visto, appostandosi nel fosso dietro casa per poi fuggire per la stessa via. «Mi è costato molto interpretare quel ruolo - dirà poi - ma l'ho fatto soltanto perché sono disposto a tutto pur di arrivare alla verità». Anche se la verità fosse inaccettabile. Stefano Lorenzi parlerebbe. Anzi parlava: «La difendo perché so chi è mia moglie. Se sapessi che è stata lei a uccidere Sammy, sarei il primo a consegnarla», ha sempre ripetuto. E ancora: «Abbiamo trovato indizi precisi sulla persona che abbiamo indicato nella nostra denuncia. È una pista meritevole di essere seguita. Ma noi siamo la difesa, non abbiamo strumenti per indagare. È la giustizia che deve trovare il colpevole». È il 17 novembre 2005: per queste affermazioni si becca una querela per calunnia. Replica sdegnato: «Hanno ucciso mia moglie, ora vogliono uccidere anche me. Sono io l'obiettivo, ora. Mi vedono sereno, forte e mi attaccano, dopo avere distrutto Annamaria. Siamo alla follia giudiziaria».
Stefano che, davanti e dietro ai fotografi accarezza la sua «bimba», la stringe al petto. Che, con lei e per lei, vuole che arrivi Gioele perché riempia un vuoto che resterà comunque incolmabile. Che l'allontana dalla scena mediatica quando intuisce che la tensione è altissima e che invece la incoraggia a parlare, persino a piangere, quando pensa sia giusto che si sfoghi davanti a tutto il mondo. Ma ora il fedele e strenuo lottatore è solo il marito che non parla più. E lascia chi siano gli altri a parlare di lui. «Siamo andati subito da Stefano dopo che hanno portato via Annamaria, l'abbiamo trovato distrutto, affranto. Cercava solo di consolare i piccoli», ripeteva ieri Nilde Stefanelli, 84 anni che vive, da sempre, a venti metri da casa Lorenzi. Le fa eco la figlia Gianna, titolare fino a poco tempo fa dell'unico bar di Ripoli Santa Cristina: «Averne di mariti come Stefano. Sono una coppia modello, un esempio per tutti noi». Chiosano gli esperti di psichiatria: «Stefano è il vero senso della sicurezza per Annamaria, la sua possibilità di quiete». Ma Stefano non parla più. «E prima che possa tornare a parlare di questa storia, credo che passerà tanto, tanto tempo», sentenzia don Marco il parroco-star di Ripoli.