E tra gli studenti che manifestano c’è anche chi parla di «rivoluzione»

I contestatori per la maggior parte non hanno identità politica precisa, hanno idee confuse, vogliono soltanto «abbattere il sistema»

Marcello Foa

nostro inviato a Parigi

La rivoluzione sta finendo o forse solo cominciando. Dipende dai punti di vista. C'è quello dei sindacati, che dopo aver cavalcato la protesta degli studenti, ritengono la vittoria a portata di mano e possono permettersi di accettare le aperture di Sarkozy; questa mattina si siederanno al tavolo dei negoziati. Ma poi ci sono loro, i ragazzi dei licei e delle università. Continuano a dire no a tutto e a tutti. A Villepin, a Chirac, a Sarkozy, ovviamente. Ma anche no alla sinistra e a ben vedere persino ai sindacati, nonostante abbiano condiviso, fino a ieri, la lotta anti-Cpe.
Domani è un'altra storia. Domani il «Contratto del primo impiego» sarà verosimilmente ritirato, ma il malessere che ha provocato la protesta è destinato a restare e a riemergere sotto nuove forme. Te ne accorgi parlando con i ragazzi mentre sfilano per le strade di Parigi. Ieri, come martedì scorso, altre mega-manifestazione da place de la République a Place d'Italie. Ormai abbiamo imparato a distinguerli: ci sono i «casseurs» incappucciati che si aggirano ai margini del corteo alla ricerca di un varco o anche solo di un pretesto per nuovi vandalismi. Ci sono i funzionari pubblici di mezza età che non mancano uno sciopero che sia uno. Ci sono i giovani dell'ultrasinistra che sventolano le bandiere rosse con la falce e il martello e che tentano di vendere gazzette leniniste, ma con scarso successo: quasi nessuno le compra.
E poi ci sono i ragazzi dall'aspetto normale; figli della piccola e talvolta anche della media borghesia, dai volti puliti e dalle maniere educate. Sono loro l'anima del movimento. Solo sette giorni fa la loro rabbia era rivolta esclusivamente contro la legge del governo che prevedeva la possibilità di licenziare senza giustificazione i giovani fino a 26 anni di età per un periodo di due anni. Ora sognano di essere guidati «da un rivoluzionario», come spiega Nabila, una moretta di 17 anni che frequenta il liceo Georges Pompidou alle porte della capitale. Da «un uomo nuovo capace di rappresentarci e di creare una società migliore», ma fuori dagli schemi politici. La destra non piace? «La sinistra non è affatto migliore», aggiunge la sedicenne Milène. Senti il disgusto per i partiti e le istituzioni. E le più infervorate sembrano essere le ragazze: vedi una rossa minuta e determinatissima alla testa di un gruppo di due-trecento ragazzoni, vedi una bionda con i capelli a coda di cavallo e il volto pieno di brufoli che in piedi su un carro urla nel megafono slogan contro il governo. Scopri che anche le giovani dall'aspetto più maturo e mansueto, come Valentine, Anne-Lise, Agathe e Virginie, di età compresa tra i 23 e i 25 anni, possono essere protagoniste di episodi sconcertanti.
Senza il minimo imbarazzo confessano che venerdì sera erano assieme ai 4-5 mila manifestanti che hanno tentato di assalire l'Assemblea nazionale e che sono pronte a fare altrettanto non appena se ne presenterà l'occasione, «perché quella francese non è più una vera democrazia, ma un regime dominato da élites che non hanno più rapporto con la società reale». Nella loro testa tutto frulla rapidamente: abbinano il liberismo al precariato e dunque ne diffidano; chiedono un'Europa più sociale, ma respingono le proposte dell'estrema sinistra, che giudicano fuori dal tempo, e le promesse di socialisti e verdi «che sono interessati solo al potere». Vogliono più meritocrazia, ma non sono disposti a rischiare, né a sacrificarsi per qualche anno. Pretendono di poter beneficiare dello stesso livello di vita dei loro genitori, ma non si rendono conto che è stato costruito grazie all'economia di mercato, di cui ora quei ragazzi hanno un'idea confusa o perlomeno distorta dagli effetti della globalizzazione. Rivendicano un mondo più giusto, equo e rispettoso. Il Cpe è un pretesto, una tappa nel processo di formazione di una nuova identità. Molti di loro sono persuasi che la rivoluzione debba ancora cominciare.
marcello.foa@ilgiornale.it