E su «Zefira» soffia vento di buonismo per la ’ndrangheta

«Amo la giustizia, ma amo anche mia madre» disse Albert Camus nel pieno della guerra tra Algeria e Francia, due terre a cui apparteneva, all’una con la pancia e col cuore, all’altra con la cultura e il pensiero. Ci sono situazioni razionalmente inconciliabili, in cui persino la giustizia appare ingiusta, e l’unica è viverle.
«Cosa dovrei fare? Voltargli le spalle? Ma se persino suo fratello gli volta le spalle, chi gli darà più la speranza per vivere? E ai calabresi la speranza per cambiare?» ci dice Gioacchino Criaco, avvocato e autore di Zefira, primo libro della nuova collana di narrativa di Rubbettino (pagg. 194, euro 14). È un noir ambientato in una Calabria ionica dall’atmosfera délabré, corrosa dalla mafia, dall’immobilità asfittica e ambigua e dai non-detti all’interno di qualsiasi conversazione, fosse anche la più innocente («Nulla è come appare» è il leitmotiv del romanzo). La posizione umana dell’autore è di quelle difficili: suo fratello Pietro Criaco è stato un esponente criminale dei Cordì, una famiglia della ’ndrangheta, e ha passato più di dodici anni a uccidere e a nascondersi nei dintorni di Africo, in pieno Aspromonte, per poi essere arrestato dalla Polizia quasi un anno fa, una mattina all’alba. Era il ricercato numero uno della Locride, il più braccato. «Oggi è in regime 41 bis, il carcere duro per mafiosi - racconta Gioacchino - e può avere una sola visita al mese. Io ho dieci anni più di lui, ho cercato di seguire un’altra strada. Ma se anche posso prendere distanza dai fatti, non posso prenderla dalle persone, tanto meno da lui. Per questo vivo ancora ad Africo e tento, soprattutto con la scrittura, di far capire ai miei conterranei che di solito gli alibi li vogliamo, li coltiviamo. Prenderci il nostro futuro, invece, è possibile: non siamo figli di un Dio minore».
Ma i protagonisti di Zefira, come quelli del precedente Anime nere, lo sono. Il libro ha più livelli di lettura: quello lineare di un thriller, «delitto-indagine-identificazione del colpevole»; quello metaletterario, in cui minimi indizi sbagliati vengono disseminati nel testo per depistare il lettore; e quello sociologico, che dà il ritratto di una società ingessata da ogni tipo di dominazione: «dai Borboni ai Savoia - precisa Criaco - dalla Repubblica democratica con le sue mésalliances coi poteri locali a tutto quel retaggio di tradizioni ipocrite che ha bloccato per generazioni la mobilità sociale: i magistrati rimangono figli di magistrati, i maestri figli di maestri... Non c’è possibilità di auto-trasformazione. Questo ha generato una letteratura dei vinti, quella di Corrado Alvaro, di Saverio Strati, che quasi accettavano questo stato di cose. La mia - sono figlio di un pastore, ci tengo a dirlo - è invece una scrittura che cerca, magari correndo il pericolo di una certa ingenuità, di mettersi in una posizione di attacco e non di difesa».
In Zefira la parola «amore» ricorre 12 volte, «morte» 42, «terra» 86. La progressione di questi numeri è il ritratto della Calabria di oggi, terra sanguigna, maliosa nella sua asprezza, capace di «incantare», nel senso di sospendere, l’esigenza di giustizia negli animi. In una scena che sarebbe piaciuta all’Abel Ferrara di Fratelli il commissario Rustici, un milanese razionale e misurato, ma in quel momento stregato dal vino di botta, si lascia andare al perenne alibi zefirese: «È vero, qui esiste la mala politica, la mala amministrazione, la malavita... Ma che altrove questi mali non sono altrettanto presenti? E poi i più grandi popoli dell’antichità hanno popolato questi scenari: Fenici, Greci, Romani... e Zaleuco, Pitagora, Cassiodoro, Bernardino Telesio, Campanella... Questo è un paradiso!». «Bravo! - gli replica uno che poi diventerà sindaco -. Bravo! Ecco cosa bisogna dire sempre della Calabria, anziché denigrarla!».
Quando abbiamo incontrato Gioacchino Criaco a Milano, abbiamo pensato a come presentare la sua storia: rifacendoci al mito di Caino e Abele? Oppure alla realtà degli harkis, quegli algerini che collaboravano coi francesi durante la guerra di liberazione? O ancora definendolo un anti-Saviano, dal momento che porta nel sangue le stesse istanze che vuole denunciare? Tuttavia, quanto radicate nel sangue, queste istanze, e quanto disarmate dalla ragione e dalla morale? Però quando si comincia a pensare che i segni dell’onestà possono essere recitati dalla disonestà, si è già un po’ abitanti di Zefira.