E sui brogliacci Unipol c’era il fuoco di fila Pd

Solo 11 mesi fa D’Alema e Fassino urlavano contro «il circo mediatico che travolge le garanzie» E Mastella tuonava: così si altera la democrazia

da Roma

Sembrano passati anni luce dai tempi di Fassino e D’Alema alle prese con le intercettazioni del caso Unipol e le richieste di utilizzo del Gip (oggi «riabilitato») Clementina Forleo. Invece era appena undici mesi fa quando, la Quercia, compatta, fece quadrato contro la pubblicazione indiscriminata delle conversazioni registrate. E, insieme, sulla necessità di riformare un sistema non più in grado di garantire il loro corretto impiego. Non aveva sorpreso più di tanto la posizione dell’allora Guardasigilli Clemente Mastella («non vogliamo che le intercettazioni alterino il piano della democrazia nel nostro Paese. Alterazioni che possono avvenire manipolando le notizie») mentre ben più forti erano state le posizione all’interno del Botteghino. Linea ben espressa dall’avvocato e senatore Calvi, che, condannando «il circo mediatico che travolge il nostro sistema di garanzie», definiva «intempestiva» le richieste del Gip Forleo chiedendo di «fermare questo scempio». Poco prima Nicola Latorre, braccio destro dalemiano, fiducioso si era lanciato (sbagliando) in un avventuroso pronostico sulle intercettazioni: «Non solo non saranno rese pubbliche, ma non essendo penalmente rilevanti non ci sarà motivo di conoscerle». Sappiamo tutti come è andata. Non ottimistiche ma condivisibili le parole dello stesso Massimo D’Alema che, verso la fine di luglio, si sfogava dicendo: «Non si può crocifiggere in questo modo un cittadino formulando un giudizio che pare già una sentenza». Per poi concludere: «Così salta in aria il sistema democratico». Quasi in contemporanea, Piero Fassino sguainava la spada verso i media e «l’intreccio perverso tra informazione e politica» che fa sì che «le stesse telefonate vengano pubblicate quattro volte» per deligittimarne i protagonisti. Una censura che, l’ex procuratore di Milano D’Ambrosio, dal 2006 al Senato con l’Ulivo sentiva di rivolgere anche alla Forleo che «ha sbagliato» perché «ha usato le intercettazioni come se volesse imporre ai pm l’iscrizione nel registro degli indagati». Dal già procuratore nazionale Antimafia, Pierluigi Vigna, invece era arrivato, sempre in quei giorni, un monito lungimirante: «C’è un problema grave: spesso vengono fatti nomi e riferite circostanze che non hanno attinenza con le indagini». A un passo da Giuliano Amato, che da ministro dell’Interno dice: «Una follia tutta italiana che qualunque cosa venga detta al telefono se poi tocca incidentalmente un processo esce quale sia la rilevanza. È chiaro», concludeva, «che il sistema non funziona». Taglia corto il professor Conso, suo ex Guardasigilli e presidente emerito della Consulta, che qualche giorno prima aveva chiosato: «Delle due l’una: o fermiano la fuga di notizie o gli investigatori dovranno rinunciare alle intercettazioni».