E sul grande assente Fiorani cala un silenzio imbarazzato

nostro inviato a Lodi
È come nelle famiglie che hanno avuto un malato grave in casa. Passato il pericolo non se ne parla volentieri o lo si fa usando perifrasi ed eufemismi. Così all’assemblea della Bpi il grande assente è stato l’ex amministratore delegato Gianpiero Fiorani, in carcere ormai da metà di dicembre. A esorcizzare il nome è stato nell’intervento di apertura Giovanni Benevento, presidente uscente, per lunghi anni a fianco dell’ex pupillo di Antonio Fazio ai vertici dell’istituto. «Ho conosciuto le capacità e anche il potere persuasivo del dottor Fiorani. Spetta ad altri verificare le responsabilità individuali». Poi, ma era già pomeriggio, è toccato al direttore generale Divo Gronchi affrontare di petto il tema: «Per il suo comportamento non ci sono giustificazioni», ha detto in risposta a un azionista. Per il resto, silenzio. Certo qualche parola dura c’è stata. Ma non tanto contro l’ex numero uno, che nelle ultime assemblee veniva accolto con cori da stadio e interrotto da applausi a scena aperta. Nel mirino è finito a volte il consiglio uscente: «Non si sono accorti di nulla perché prendevano i soldi», ha detto il socio più estremista. «Come diciamo noi: quand gh’è un can cal g’ha l’os in boca parla no». In tutti i casi si è trattato di pochi interventi, accolti, per di più, da applausi tiepidi.
Altra reazione, invece, quando chi parlava ha toccato i toni dell’orgoglio di Lodi e della vecchia Popolare. Come Vittorio Boselli, segretario della Confartigianato, che ha bollato come «inutilmente disfattista» il tono di uno dei critici più accesi, deplorato «l’eccesso patologico di delega del recente passato» e invitato azionisti e dipendenti a fare quadrato: «La banca è nostra e non ce la faremo fregare».
Soft anche l’atteggiamento del più autorevole candidato indipendente, Ambrogio Sfondrini. Qualche soddisfazione da togliersi nei confronti dei consiglieri uscenti avrebbe potuto averla. Alla fine degli anni ’90, quando era direttore generale, si oppose alle manie di grandezza di Fiorani e dei suoi. Fu fatto da parte fino alla pensione. Ha esordito dicendo di aver lavorato alla Lodi per 40 anni: «Io alla banca devo tutto». La sua è stata un’opposizione in punta di fioretto: «Non contro le persone che formano la lista Gronchi, ma contro il metodo scelto».