E sul Libano si incrina l’asse Roma-Parigi

Il governo francese non condivide l’idea italiana di coinvolgere la Siria nella gestione della crisi. Come i Paesi arabi moderati, Chirac garantisce a Siniora un forte sostegno politico ed economico

nostro inviato a Parigi

Molto rumore sull’Afghanistan, silenzio di tomba sul Libano che, pure, meno di sei mesi fa, era stato esibito come fiore all’occhiello delle capacità internazionali del governo Prodi-D’Alema dopo gli scontri estivi tra Hezbollah e israeliani e dopo la decisione di ritirare le nostre truppe dall’Irak.
Proprio il nostro ministro degli Esteri si era speso in lungo e in largo per cercare di garantire il cessate il fuoco, ottenendo di riunire alla Farnesina molte delle parti in causa e comunque interessate alla questione come l’ex-segretario generale dell’Onu Kofi Annan, Condoleezza Rice, Fuad Siniora e tanti altri. Erano solo pochi mesi fa. Da Palazzo Chigi e dal ministero degli Esteri si sottolineava l’importanza dell’iniziativa del governo e la disponibilità di inviare le nostre truppe sulle rive del Litani. Oggi che la vicenda libanese giunge a un passaggio chiave, con la conferenza internazionale che si tiene oggi nella capitale francese e che deve contribuire alla ricostruzione del Paese dei Cedri, ecco che da parte italiana si tende a passare quasi sotto silenzio l’appuntamento.
Voci di corridoio diplomatiche attribuiscono il crescente disinteresse al fatto che ora è Chirac - che nel Libano francofono ha sempre visto un terreno coltivabile, grazie anche all’amicizia personale con l’ex premier Rafik Hariri, assassinato nel settembre del 2005 da elementi filosiriani se non proprio dai servizi di Damasco - a menare la danza. È lui ad aver costruito un rapporto privilegiato col premier libanese Fuad Siniora (che ha ricevuto ieri all’Eliseo garantendogli un prestito di 500 milioni di euro a condizioni vantaggiosissime), ed è lui a essersi speso perché quest’oggi siano a Parigi il nuovo numero uno dell’Onu Ban Ki Moon, il presidente della Ue Barroso (che dovrebbe annunciare a sua volta 400 milioni di euro dai Paesi Ue oltre ai 107 già decisi un paio di mesi or sono), ministri di una quarantina di Paesi, banchieri, industriali e organizzazioni internazionali.
Ma c’è dell’altro ad avere «gelato» l’entusiasmo ulivista sul Libano: altro che si chiama Siria. Prima Romano Prodi - con la stravagante idea di un accordo per pattuglie miste Siria-Ue ai confini del Libano - e poi D’Alema che in più di una occasione ha chiesto di coinvolgere Assad, hanno mostrato di voler riannodare i fili del dialogo con Damasco. Che invece Chirac esclude decisamente visto che ritiene che gli Hezbollah siano armati e guidati contro Seniora proprio dai siriani e dagli iraniani. Non è il solo. Giusto ieri il sovrano giordano Abdallah II ha accusato l’Iran, in una intervista pubblicata sul quotidiano Ash-Sharq-al-Awsat, di tentare di destabilizzare Irak, Libano e territori palestinesi per «propri interessi».
Insomma non è più così scontata la crociata solidale di Prodi e D’Alema col Libano come ai tempi del cessate il fuoco, visto che si è incattivito il braccio di ferro tra le milizie sciite di Nasrallah (che avrebbero gradito un fallimento di Parigi per non far arrivare una montagna di soldi nelle casse di Siniora) e gli anti-siriani che sempre più reclamano il disarmo di hezbollah per evitare il rischio di un golpe o la ripresa della guerra civile. Tra l’altro a risentire di un possibile rigurgito delle ostilità potrebbe essere proprio la missione Ue, cui l’Italia ha fornito un considerevole numero di militari. Per cui a Roma si fa finta di nulla: meglio non accendere i riflettori su un terreno che può divenire minato anche per i nostri uomini.
Ieri in Libano, dopo gli scontri di martedì (3 morti e oltre 130 feriti) è tornata una relativa calma. Riaperto l’aeroporto di Beirut, la gente è tornata al lavoro. Ma sotto la cenere dell’ultimo incendio cova ancora molta, troppa brace.