E sul Monte Bianco compie 50 anni la grande funivia dei ghiacci

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Chamonix Mont Blanc
«Se stai a Chamonix - diceva Ravanel le Rouge - hai sempre un buon motivo per guardare in alto». Quando si arrampicava sul Monte Bianco, Joseph Ravanel, detto il Rosso per il colore dei capelli, era il re delle guide alpine della Savoia. Anzi, era diventato la guida dei re, da quando aveva condotto in cima anche Alberto I del Belgio. Piccolo e minuto, il «rosso» si era potuto togliere lo sfizio più aristocratico: guardare dall’alto in basso il mondo.
Joseph Ravanel se ne andò nel 1931 quando la telecabine, la funivia del Monte Bianco che oggi nel suo cinquantesimo anniversario è decisamente il mezzo più comodo per guardare la gente dall’alto in basso, era ancora nei sogni di quel visionario del conte Dino Lora Totino. «Il volo sarà calmo e sicuro, lungo l’esile ma saldissimo sostegno. E un panorama favoloso apparirà al viaggiatore che sale dalla conca smeraldina di Courmayeur per spaziare sul canalone della Vallée Blanche e scendere, infine tra le profonde pinete di Chamonix». scrive il «Corriere della Val d’Aosta» il 25 luglio del 1957, quando la liaison, la funivia, si mette in moto per la prima volta.
Un’inaugurazione quasi clandestina, visto che la funivia per le autorità francesi è ancora fuori legge e il placet dell'Autorità dei siti panoramici francesi non arriva. Quindi nessun taglio del nastro. Le funi cominciano semplicemente a girare e la telecabine entrerà in servizio regolare nel dicembre del 1957. Oggi, cinquant'anni dopo, la funivia della Valle Bianca è frequentata quotidianamente, in alta stagione, da 20mila persone, tutte sospese tra due Paesi per compiere un viaggio che corre lungo le funi d'acciaio e regala 45 minuti di emozione.
Nato nel 1900 in una famiglia di industriali tessili biellesi e laureatosi in ingegneria civile al Politecnico di Torino, Lora Totino passa la vita a immaginare buchi nelle montagne e a disegnare arditi passaggi tra gli strapiombi d’Europa. Sogni che diventano realtà nel 1932, quando la sua prima funivia, quella tra Breuil e Plan Rosa, gli frutta il titolo di conte di Cervinia e la stima del Duce. Che otto anni dopo penserà di affidargli la costruzione, per l’esercito, della funivia tra Courmayeur La Palud e il Rifugio Torino, sul versante italiano del Monte Bianco. Versanti e confini che nei sogni di Lora Totino non hanno più ragione di esistere: «La Vallée Blanche è un patrimonio dell’umanità: ci deve essere il sistema di collegare Italia e Francia, passando sopra il tetto d’Europa», si domanda con tenacia. E il sistema, arditissimo, Lora Totino lo trova insieme all’ingegner Vittorio Zignoli. La Francia vince le perplessità e l’audace visionario italiano può illustrare la sua spettacolare proposta.
Tra il 1946 e il 1957, Lora Totino organizza una squadra transfrontaliera di ingegneri, tecnici e operai, complici e amici in una sensazionale avventura. Cominciano a lavorare in condizioni proibitive, con temperature fino a meno 40 gradi, aggrappati alle rocce. L’emozione traspare dai ricordi che l’ufficio del Turismo di Chamonix e la Compagnie du Mont Blanc hanno raccolto su una serie di tableaux, disseminati per settimane a punteggiare un percorso tutto in salita, dalla Place de l’Eglise all’Aguille du Midi. «Tra chi lavorava lassù si era creato un legame del tutto particolare. Avevi l’impressione di vivere in un mondo sul mondo. La chiamavamo la parrocchia di Punta Helbronner perché tutti vivevamo su una linea di confine che la solidarietà aveva reso invisibile», racconta Remigio Rey, che lavorava nell’unico baretto di punta Helbronner. «Abbiamo tirato la prima fune con tutta la forza che avevamo nelle braccia. Camminavamo attaccati alla fune, portandoci in spalla trenta chili», scrive su un tableau Roland Ribola, mentre Domenico Broglio, mago dei cantieri d’alta quota, svela il momento clou: «Quando il capo dell’unica fune traente, lunga 10.500 metri, è arrivato all’Helbronner, l’altro era ancora a Chamonix». Emozione anche nelle parole di Bernard Borgarelli, 33 anni trascorsi in simbiosi con la sua telecabina. «Anche i muli si rifiutavano di salire. Facevamo tutto noi, anche le colate di cemento. Io ero un ragazzino e ho imparato a fare tutto lassù: muratore, geometra, alpinista. Ho passato 420 ore a 3.800 metri avvinghiato al pilone. Se mia moglie mi avesse visto mi avrebbe mollato». A Bernard, una scheggia di cavo spezzato ha portato via un occhio: «Ma a mio fratello - racconta - è andata peggio. Lui è stato spazzato via da una valanga».
La funivia della Vallée Blanche è superata al mondo solo da quella del Pico Ospejo, quota 4.771 metri, in Venezuela. In Europa invece si gioca il primato per centimetri con la teleferica del Piccolo Cervino, a Zermatt, in Svizzera. Ma quella del conte Lora Totino è comunque un’opera gigantesca, con circa 300 chilometri di funi trasportate sui ghiacciai. Il meccanismo della funivia è guidato da una fune traente che si muove tra le cabine con quattro funi portanti fisse per sostenere quelle che cinquant'anni fa erano dodici cabine di 130 chili, tra l’Aguille du Midi (3.791 metri) e la stazione d’arrivo di Punta Helbronner (3.640), punto di confine con l’Italia. Un volo di 400 metri sulla Vallée Blanche e sul ghiacciaio di Geant. Un’opera senza ancoraggio al suolo, sostenuta da un pilone sospeso e grazie allo stratagemma dello spuntone roccioso del Gros Rognon, dove un binario devia la traiettoria, visto che la sezione fino a Punta Helbronner rappresenta di fatto un’unica campata di 3.300 metri. Creare un valido sostegno, seppur sospeso nel vuoto, era l’unica soluzione per non lasciar adagiare le funi sulle nevi del Col des Flambeaux. Una soluzione talmente audace che non trova eguali tra le vette del mondo. «Genial», la definirebbe oggi Ravanel il rosso, guardando ancora una volta il mondo dall’alto in basso. Ma, finalmente, in assoluto relax.