E sull’aborto «rompe» con Bush

Il tema è lacerante, l’aborto, ma è uno dei cavalli di battaglia del Partito democratico e Obama non può sottrarsi, sebbene le sue convinzioni siano piuttosto caute in materia. Ma oggi è il 22 gennaio, anniversario della sentenza della Corte suprema «Roe vs Wade» che 36 anni fa legalizzò l’interruzione della gravidanza, e i militanti riformisti aspettano un segnale dal nuovo presidente. E il segnale arriverà, simbolico, sulle orme di Clinton.
Barack abolirà il «Mexico City Policy Act», ovvero la norma che vieta di finanziare le Organizzazioni non governative impegnate nella pianificazione personale, che prevedano l’aborto tra le misure per il controllo delle nascite. La legge fu varata da Ronald Reagan negli anni Ottanta e Clinton, il 22 gennaio del 1993, la abolì, ma George W. Bush otto anni dopo la reintrodusse, sempre il 22 gennaio. E ora tocca a Obama riportare il pendolo a sinistra.
I sostenitori del diritto alla vita hanno provato a dissuaderlo. E non solo tra i repubblicani, diversi democratici conservatori o legati alla Chiesa cattolica condividono questa battaglia. Nei giorni scorsi Barack ha trovato sul tavolo del suo ufficio una petizione bipartisan firmata da 79 parlamentari. E la Conferenza episcopale americana gli ha inviato, proprio ieri, una lettera in cui ricorda che il Mexico City Policy act è «uno dei nodi attraverso i quali si qualificheranno i rapporti fra l’amministrazione e le confessioni cristiane del Paese». Un monito chiaro, che ribadisce l’opposizione del Vaticano a qualunque cedimento in tema di aborto, ma verosimilmente inutile. Obama non può tradire le aspettative della base del partito e oggi, salvo sorprese, procederà.
E questo non è l’unico tema di disaccordo con la Chiesa e in genere con la varie congregazioni cristiane. Il nuovo inquilino della Casa Bianca è un convinto sostenitore della ricerca sulle cellule staminali e ha già fatto sapere che revocherà un’altra legge di Bush, quella che vieta il finanziamento pubblico per questo genere di esperimenti. Obama cercherà dapprima un accordo con il Congresso, ma non perderà troppo tempo a negoziare. Se il Parlamento non sarà d’accordo procederà da solo, firmando un decreto presidenziale.