E sulla pista dei record girarono vecchi sospetti

Quella pista nascosta nel cuore del Lazio ha una magia. Una magia che ha fatto storcere il naso a mezzo mondo. Sarà vero? Sarà falso? Tanti record, troppi record per non pensare al machiavellismo italiano. Insomma in Italia e in Europa. Tanto per cambiare dici Francia e non sbagli. Ci sono tanti che hanno creduto a una misurazione sbagliata: della pista, non dei records. Pista più corta: il pissi pissi è girato a lungo nel mondo dell’atletica.
Del resto il pedigree dei primati (mondiali, europei, italiani) battuti a Rieti è nobile davvero: Steve Ovett, l’inglese che lottava spalla a spalla con Sebastian Coe, nel 1983 ha anticipato tutti correndo i 1500 da record del mondo. Morceli ne aveva fatto la sua pista di riferimento per battere il mondiale dei 1500 e del miglio. Maricica Puica, romena mai doma, batté il record dei 1000. La famiglia keniana ha messo piede nell’albo d’oro con due record: Daniel Komen nei 3000 m. e Noah N’Geny nei 1000, tutta gente che ha lasciato segno in Olimpiadi e mondiali.
Ci sono stati tre primati europei, due nell’alto, e una abbuffata di record italiani a cui non si sono negati i nostri grandi del mezzofondo: da Franco Arese ad Alberto Cova. In gran parte gare lunghe. Nella velocità solo due primati italiani di Cecilia Molinari (100 e 200) e una picchiata di Pietro Mennea nei 300 metri, distanza stravagante.
Grazie a tutto questo e ad altre prestazioni d’eccellenza, si è fatto largo il mito della pista corta che Sandro Giovannelli, anima e organizzatore del meeting ha combattuto, sapendo però che la pubblicità resta sempre l’anima del commercio. Tanto da ritrovarsi fra le mani sempre i migliori campioni su piazza per lanciare il suo meeting. Arrivarono accuse dalla Spagna. I francesi fecero di peggio. I giornalisti de L’Equipe pensarono quello che un giornalista italiano degli anni ’50 (Bruno Bonomelli), specialista in atletica, fece con la pista dell’Arena di Milano e con quella dell’Olimpico. Prese metro e penna ed andò a misurarle convinto che qualcosa non funzionasse.
I francesi hanno ripetuto l’esperienza e muniti di metri superprecisi sono calati a Rieti. Hanno percorso centimetro su centimetro i 400 metri della pista, ma non ne hanno cavato soddisfazione scoprendo che la magia di Rieti va cercata in qualche altro marchingegno: o nelle gambe degli atleti o nella bravura dei cronometristi perché il metraggio non bara.
Il mondiale di Powell, ed anche il successivo 9“78, sono difficilmente contestabili: una pista può aiutare a barare sulla distanza lunga, non su quella corta. Il vento invece può essere il migliore amico. E, forse, un giorno qualcuno scoprirà che tutto va addebitato alla rosa dei venti.