E sulla tela tutte le parole non dette

Non l'ha fermato l'estate, non l'hanno fermato le ferie. Non l'hanno fermato neppure i nostri «Basta». E gli invii sono proseguiti, più o meno regolari. Con il risultato che, ora, la redazione de Il Giornale trabocca di disegni, quadri, tele di Andrea Ruggero, il fedele artista, eccentrico ed eclettico, che da più di tre anni recapita all'interno 2 di via Brigate Bisagno, lettere, teoremi matematici, poesie e, soprattutto, i risultati freschi freschi del suo genio (?) pittorico. Freschi, in senso letterale: le «croste» giungono in redazione con non ancora del tutto asciutte. L'indicazione sul pacco non manca mai. Anzi, è specificato: «lasciare asciugare, per favore». Potenza dell'arte: è probabile che questa sua musa ispiratrice lo spinga a produrre con tale veemenza, che non gli concede neppure il tempo di far asciugare i suoi lavori prima di impacchettarli e spedirli alla redazione del Giornale. Una musa piuttosto fertile, tra l'altro, che può vantare una produzione media di cinque, sei dipinti al giorno. Da dove arrivi questa vena pittorica, non è dato saperlo. Di Ruggero, infatti, non sappiamo quasi nulla. Fuggito ai nostri tentativi di intervista, di sè stesso, come artista o come persona, non ha mai rivelato nulla. In tre anni di invii - iniziati con lettere anonime, proseguiti con due timide iniziali, A.R., per arrivare poi al nome per esteso con tanto di indirizzo completo del mittente - abbiamo avuto modo di seguire la sua evoluzione. Dapprima gli scritti, poi i disegni su carta, il carboncino. Il periodo del pennarello su carta, quello dell'olio su legno, per finire poi al confronto con la tela bianca. Sulla quale sono apparse prima nature morte (bottiglie e frutta, principalmente), ora figure geometriche colorate: cerchi, triangoli, quadrati dalle tinte accese che si intersecano sullo sfondo bianco.
Chi di arte se ne intende, aveva suggerito una teoria di lettura di questo fenomeno: Ruggero, considerati i vari passaggi tra nature morte, prima, e schizzi che fanno capo all' espressionismo astratto, poi, potrebbe essere semplicemente alla ricerca del proprio segno, della sua cifra espressiva. Un lungo studio, evidentemente, ancora in divenire.
Sempre più incuriositi, avevamo sottoposto il caso anche a una psicologa, che ci aveva parlato di «emergenza espressiva». Inoltre, i pacchi che da anonimi hanno iniziato a essere siglati con iniziali che poi, alla fine, si sono sciolte nella dichiarazione della propria identità, testimonierebbero una crescente fiducia nell'interlocutore (Il Giornale) cui però l’autore ha negato il piacere del confronto, con un incontro o un'intervista. Lieti di questa fiducia, oggi, a tre anni dal primo invio, siamo ancora a chiederci come mai il «nostro» abbia scelto proprio la redazione de Il Giornale.
Una risposta che, forse, è da ricercare proprio fra le quelle pennellate rudi, istintive, audaci di quei quadri che, in qualche modo, cercano di parlarci. Di lui.