E le toghe chiedono aiuto all'Onu

Sembra quasi la parodia di un appello drammatico, un collaudato genere umoristico basato sulla sproporzione tra l’offesa ricevuta e il tenore della denuncia effettuata. Il parroco che scrive al Papa perché non gli tornano i conti delle elemosine, il sindaco di un paesello che si rivolge alla Corte di giustizia dell’Aia per un paio di insulti volati in consiglio comunale. E invece le agenzie di stampa erano normalmente serie nell’annunciare una lettera inviata all’Onu dall’Associazione nazionale magistrati per chiedere tutela dei vari attacchi subiti dai giudici, «a cominciare dal presidente del Consiglio». Serio, anzi drammatico, il contenuto della missiva. Serio, anzi serioso, il primo firmatario Luca Palamara sostenuto dal segretario Giuseppe Cascini.

La segnalazione del «caso Italia» al relatore speciale per i diritti umani delle Nazioni Unite svolazza oltre Oceano come un appello da fortino assediato, quasi come l’ultimo appello di Radio Praga spento nel ’68 dall’invasione dei carri sovietici. «Grande allarme e viva preoccupazione per la difficile situazione della magistratura italiana», scrive l’accigliato Palamara. I suoi associati lo tengono in alta considerazione, altri un po’ meno. «Lei con quella faccia e quel cognome mi ricorda solo una marca di tonno» lo apostrofò pochi mesi fa uno strainsolente Francesco Cossiga dinanzi a un’atterrita Maria Latella a SkyTg24 Pomeriggio. Qualcuno potrà sorridere dinanzi ai toni melodrammatici usati nella lettera all’Onu. Loro, Palamara e Cascini, non ci pensano neppure. Chissà quale concitazione e quale nobiltà d’animo li ha pervasi mentre smanettavano su Internet per individuare il destinatario della loro missiva. Magari hanno scartato subito il segretario generale Ban Ki Moon temendo tempi lunghi per la risposta, ma certamente la scelta finale non è stata all’insegna dell’arrendevolezza. «Dai, dai, scriviamo a Leandro Despouy», si saranno detti con la voce rotta da una lieve tachicardia emotiva mentre si davano di gomito.

Lui, questo avvocato sudamericano sicuramente autorevole quanto sconosciuto ai più, sì che s’intende di soprusi e abusi da ergastolo. È nato in Argentina, terra violata da feroci giunte militari, ma soprattutto potrà far valere la sua esperienza di relatore speciale sui diritti calpestati dell’umanità. L’ultima pratica di cui si è occupato riguarda il carcere di Guantanamo, la base navale Usa riempita per cinque anni di terroristi islamici e presunti sterminatori di massa. Lui, l’avvocato Despouy, sì che potrà veramente intervenire per porre fine a questa persecuzione di magistrati italiana ordita da «esponenti politici e dallo stesso primo ministro». Lo implorano di venire in Italia, prima possibile, anzi subito. Al diavolo le sue inchieste su dittature tribali, regimi sanguinari, dissidenti torturati con le scariche elettriche in tutto il mondo. Il relatore Onu prenderà il suo bell’aereo e dalla civilissima New York si troverà immerso in un regime che ha sostituito le toghe nere con le tute arancioni dei detenuti di Guantanamo. E cercherà di affrontare quel persecutore del premier, un tiranno da fermare al più presto. In effetti l’avvocato Despouy un rischio concreto lo affronterà davvero nel nostro Paese: quello di farsi accogliere con un «cucù».