E il torero «matò» la morte prendendola per le corna

In Italia le corride interessano un ristrettissimo pubblico di aficionados e non vantano quarti di nobiltà intellettuale. Se si esclude Volapiè, il bellissimo saggio che Max David pubblicò da Bietti ormai quasi mezzo secolo fa, da noi non c’è nulla di paragonabile a quanto sul campo ha prodotto, per esempio, la Francia: da Montherlant a Leiris, a Jean Cau, tori e toreri fanno parte della sua cultura e non è un caso che Picasso e Dalì furono due pittori made in France e che il primo romanzo dell’americano Ernest Hemingway, Fiesta, raccontasse di un gruppo di connazionali di stanza a Parigi che andava in trasferta da Pamplona a Madrid per seguire la «temporada» delle corride. Lo scorso anno, Denis Podalydès, un attore francese molto amato in patria (la sua ultima performance è un credibilissimo Nicolas Sarkozy nel film La conquête presentato al Festival di Cannes) alla corrida ha addirittura dedicato un libro, La peur Matamore (Seuil-Archimbaud editore), riflessione sulla paura e sulla malinconia. Dice Podalydès che la corrida «piace ai grandi malinconici. Essi vedono nella luce e nel movimento nel mezzo di un circo tondo come il loro cuore rigonfio, una proiezione dei loro tormenti più nascosti, più ostinatamente fissi, una ragione al loro sragionare, l’istantanea possibilità di un transfert radicale». C’è questo senso della inutilità delle cose e dei gesti, e insieme la loro insopprimibile bellezza, la noia della vita e il brevissimo momento del suo riscatto, la paura della vita e il suo fuggirla sino a quando sei chiamato a fare i conti con la paura stessa e con la vita stessa. C’è quel senso di spettacolo funebre, di pompa e di rituale, la retorica che può essere resa sopportabile solo se al suo fondo c’è un mistero e un’esaltazione che la rendono insieme umana e divina.
C’è, infine, la consapevolezza della miseria e della grandezza umana, il suo essere appena un gradino - e però che gradino - al di sopra della pura e semplice bestialità, e insieme la fascinazione morbosa che quest’ultima emana, la stanchezza del lasciarsi andare sino ad esserne travolti. Sfidando il toro, sfidiamo ciò che di più profondo c’è in noi stessi, esorcizziamo paure e desideri atavici.
Adesso Matteo Nucci si incarica di riempire un vuoto culturale con il suo Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie, pagg. 326, euro 16,80) degna prosecuzione dell’isolato capolavoro di Max David e degno contraltare di Matadors, dello scozzese Eamonn O’Neill, uscito oltre Manica una dozzina d’anni fa. Saggio filosofo e insieme romanzo, accomuna la platonica Apologia di Socrate, quel suo «una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta», alla confessione fatta da José Tomàs, il torero più celebre della Spagna moderna, quando spiegò perché, cinque anni dopo il suo addio alle corride, non ce la facesse più a stare lontano dall’arena, dovesse, insomma, ancora e sempre, cercare qualcosa di più: «Una vita senza tori non è degna d’essere vissuta».
Nucci è un quarantenne che alla corrida è arrivato per caso, «un giovane antitaurino che alla metà degli Ottanta ancora non poteva tollerare la morte sconcia di un animale di fronte a migliaia di persone: non capivo il rito, non sapevo che il toro è un re e non sapevo nulla del sacrificio e della morte, non sapevo nulla e dovevo tenere duro. Tenni duro tutta l’estate». Poi capitolò e, visto il libro, è stata una resa incondizionata, ma per nulla cieca, bellissima. Naturalmente, non siamo di fronte a un esaltato cantore del sangue, della violenza fine a se stessa, del coraggio senza se e senza ma. Nucci sa che cos’è la paura e sa che esiste il coraggio di avere paura, l’ammissione di non potercela fare, e il coraggio della paura, l’accettazione di quello che potrebbe avvenire. Ciò che nell’arena ti appare uno spettacolo coreografico, trasportato sul terreno diventa qualcosa di terribile e di funesto: un animale spaventoso che ti carica al galoppo, tu che lo attendi e poi con un lieve movimento della cappa, te lo fai passare di fianco. Chi ne ha avuta una fra le mani, sarà rimasto sorpreso dalla sua pesantezza e dallo sforzo fisico che il torero deve compiere per maneggiarla e agitarla come fosse un fazzoletto. Proprio perché non tutto ciò che appare è come sembra, dagli spalti vedi grazia e leggerezza, lì dove, sul campo, c’è tensione e pesantezza, una continua, sorda elettricità che si trasmette fra l’animale e l’uomo.
In Il toro non sbaglia mai, la liceità della corrida è affrontata di sbieco, essendo più materia fideistica che razionale. C’è una razza di tori, detta «tori da combattimento», che l’abolizione della corrida libererebbe dalla morte nell’arena per consegnarla a quella del macello. Quanto a uno scontro impari fra uomo e animale, perché il primo è aiutato da banderilleros e picadores a cavallo, va detto che è proprio questo aiuto a rimettere su un piano di parità un confronto altrimenti impossibile. Naturalmente, c’è tutto un coté animalistico rispettabile, ma senza stare a ironizzare più di tanto sul perché si possa tirare il collo alle galline, far vivere i maiali come tali, far gareggiare i cavalli e portare scarpe di cuoio, è il tema della morte il grande tabù, e l’uccidere come affermazione e non come necessità, il fuggire la morte come il dolore, proprio della società contemporanea, esorcizzando la prima, moltiplicando le terapie contro il secondo.
Ben costruito e ben scritto, mai noioso né inutilmente specialistico, il libro di Nucci racconta con passione e autorità un rito in cui si conserva tutta la violenza della vita. Non uno sport, ma una tragedia.