E Traviata non finì tra le braccia di Alfredo

da Ravenna

Una Traviata passata sotto la lente registica, una volta tanto, femminile. Quella di Cristina Mazzavillani Muti che con l’opera di Giuseppe Verdi, venerdì, a Ravenna, in apertura del Festival intitolato alla città, ha firmato la sesta regia. Una Violetta Valery (protagonista di Traviata) che alla fine non si spegne fra le braccia di Alfredo, come vuole la tradizione, ma se ne va dalla scena con un corpo che pare senza peso e senza colore, redento. Morta, del resto, Violetta lo è fin dal suo primo apparire: scalza, con una sottoveste bianca, viso immacolato e smunto. Morta dentro, perché di lei e di quante vivono la condizione di prostituta si usa e si abusa - ieri ed oggi - sembra dirci Cristina Muti. Che ritrae Violetta come una farfalla, lieve ed eterea, che si dibatte in una sorta di lanterna magica. La scena è delimitata infatti da undici pannelli a specchi, roteanti e dai colori mutevoli, dove vengono fatte riverberare le anime di Violetta. Anime o forse donne che con Violetta condividono lo stesso destino, disegnate da movimenti di volta in volta isterici, sensuali, pietosi, macabri di cinque ballerine (coreografate da Micha Van Hoecke), fasci di luce curati da Vincent Longuemare trafiggono e accecano i protagonisti di un’opera che, al di là della regia innovativa, ha anche avuto il merito di portare alla ribalta la bella Violetta, per voce ed espressività scenica, di Irina Dubrovskaya, prescelta all’ultimo in sostituzione dell’indisposta Monica Tarone. Nella buca dell’orchestra regionale dell’Emilia Romagna, Patrick Fournillier.