E la Turchia guida l’attacco mondiale a Israele

Non desta stupore che l’Iran denunci un «massacro disumano», né che la Lega araba dichiari che lo Stato ebraico «non è pronto e nemmeno vuole la pace». Nessuno si meraviglia ascoltando i commenti infuocati delle tv mediorientali o guardando le immagini delle manifestazioni, durante le quali migliaia danno alle fiamme la bandiera con la stella di Davide. Ma se a usare quel linguaggio è il premier turco e se a protestare furiosamente sono i giovani di Ankara, il giudizio cambia, drasticamente; perché la Turchia è il più fedele alleato di Israele nella regione, il perno islamico su cui il governo di Gerusalemme conta da sempre.
Ma forse bisognerebbe dire contava. Questa crisi è gravissima, in vite umane, ma politicamente rischia di esserlo ancor di più con pesanti ricadute strategiche anche per l’Occidente. Ieri si sono levate proteste in tutto il mondo contro Israele: dalle capitali arabe alle grandi città europee, bollettini a senso unico: proteste, manifestazioni, sit-in, come non accadeva dai tempi del Libano. Ma questa è innanzitutto una crisi turco-israeliana.
Il convoglio era stato organizzato da un’associazione pacifista di Istanbul, che Israele dal 2008 bandisce con l’accusa di sostegno al terrorismo, ma che il premier Erdogan difende con convinzione. In altri tempi, quando la Turchia era davvero laica e kamalista, il governo avrebbe impedito alle navi di partire, ma la Turchia di oggi è retta da un partito, l’Akp, che da un decennio promuove l’islamizzazione strisciante del Paese, con la compiacenza dell’Occidente, peraltro, che considerava Erdogan un amico. Oggi molti osservatori si ricredono e iniziano a denunciare i pericoli di una Turchia ostile all’Europa e agli Usa. Di quel partito Erdogan è il leader. E da oltre un anno è il paladino della resistenza allo Stato ebraico.
Quelle navi dovevano partire. E sono partite. Con le conseguenze che ormai conosciamo. Molti morti e una crisi diplomatica senza precedenti.
Le parole pronunciate dal premier turco, che ha interrotto un viaggio nell’America latina, sono durissime. «L’assalto di ieri è terrorismo di Stato». Erdogan ha invocato una riunione urgente della Nato, sottolineando che «il blitz è avvenuto in acque internazionali» e ha richiamato l’ambasciatore a Tel Aviv per consultazioni. Il suo vice, Bulent Arinc, ha denunciato «il livello di inaudita violenza degli israeliani».
Sono frasi che di solito un Paese riserva a un Paese ostile, non certo a un alleato. Il punto è: ma Israele e Turchia sono ancora amici? L’alleanza militare, politica, economica, di cui entrambi hanno beneficiato per rompere l’isolamento nei confronti del mondo arabo, è ancora valida? Per tutto il ’900 il mondo arabo ha considerato la Turchia diversa. Ora la sente vicinissima, perché Erdogan non guarda più a ovest e all’Unione europea, ma a sud e a Oriente. Vuole far parte di quel mondo. E ci sta riuscendo. Parla lo stesso linguaggio di Hezbollah, Hamas e della Siria e dell’Iran che ieri hanno dato fondo al loro repertorio: «Crimine terroristico», «Massacro ingiustificato», «Violenza disumana». Un coro a cui la Turchia prima non si univa mai.
È la grana più seria che Obama è chiamato a risolvere. Vedremo come se la caverà. E, soprattutto, se capirà chi ha avuto interesse a provocare una crisi di queste dimensioni. L’esperienza insegna che episodi di questa portata, in genere non sono casuali, bensì impiantati ad arte.
Il punto è: chi li ha pianificati? Gli israeliani, che avrebbero volutamente calcato la mano? O la responsabilità è dei fanatici palestinesi nascosti tra i pacifisti, che avrebbero tentato di linciare alcuni soldati sapendo che la risposta sarebbe stata violentissima? E perché la Turchia non ha messo un freno ai suoi discutibili pacifisti? Domande senza risposte. Eppure cruciali per capire come finirà questa crisi.