E Umberto torna il re del Monviso

Adalberto Signore

nostro inviato a Crissolo (Cuneo)

Si gira verso una delle telecamere che lo punta senza sosta da alcuni minuti, alza la mano destra e mostra la fede nuziale. «Fai vedere la vera - dice rivolto al cameraman - così mia moglie è contenta». Giù una risalta e un pure un abbondante sorsata di tè caldo. A oltre duemila metri, con un temporale che cova dalle prime ore della mattina ma che alla fine ha deciso di graziare il ritorno di Umberto Bossi al Monviso, ce n'è proprio bisogno. «Tanto era il freddo - racconta lui - che pure farsi la barba non è stata cosa facile». Ancora risate. Dopo il «bagno» di Pontida di qualche mese fa e le tante feste della Lega di quest'estate, quella alla sorgente del Po è l'ultima tappa di un lento percorso di riabilitazione. Non tanto fisica, quanto dello spirito. Perché le conseguenze di quello scompenso cardiaco che l'11 marzo del 2004 lo ha portato a un passo dalla morte sono tutte lì, ben visibili. Il braccio sinistro è immobile e l'andatura faticosa a causa di una gamba che ancora non lo fa dormire sonni tranquilli. Ma il Senatùr è forte del suo popolo che lo applaude, lo acclama e lo coccola come fosse un'icona. Così, quando un bambino sotto i dieci anni gli si avvicina chiedendogli un bacio, la mamma non può che commuoversi, mettersi una mano sulla guancia e dire quasi sofferente: «Lui prega tutte le sere per l'Umberto». Per Bossi è la medicina migliore, visto che l'unica malattia dalla quale il Senatùr davvero non guarirà mai è la sua Lega, il suo spirito e la sua gente.
E quando raccontano che il Carroccio non è solo un partito ma pure una grande famiglia, viene anche da credergli. Perché a Pian della Regina, poche centinaia di metri dalla sorgente, l'Umberto è arrivato in elicottero alle 17.30 di venerdì. Ha salutato qualche amico, bevuto un caffè ed è salito nella sua stanza al secondo piano della Baia della Polenta. Ma poi, verso mezzanotte e mezzo, è stato costretto da canti, cori e brindisi a tornar giù e fare baldoria pure lui. Insieme a Roberto Calderoli, Roberto Cota e Rosy Mauro. Il ministro delle Riforme è stato il primo ad andare a letto («mi ero svegliato alle cinque, ma mi avessero fatto chiudere occhi quei disgraziati») mentre gli altri intonavano canti piemontesi e degli alpini. Compresa una versione riveduta e corretta di Bella Ciao («Una mattina, mi son svegliato e ho trovato Umberto Bossi»). Poi cena a base di polenta e camoscio con vino rosso (il Senatùr questa volta ha rinunciato all'immancabile Coca Cola preferendo l'aranciata), una chiacchierata telefonica tra il ministro Claudio Scajola e il Senatùr, lunghe disquisizioni sui viaggi in elicottero («non mi piace - dice Bossi - perché sembra instabile») e all'una e mezzo tutti a letto. Insomma, di politica neanche l'ombra.
Ed è anche per questo che il Bossi che torna al Monviso è ridestato soprattutto nello spirito. Perché si sente a casa sua e tutti sono pronti ad accoglierlo a braccia aperte. È quasi ora di pranzo quando sale a Pian del Re, arriva alla «sacra» sorgente e preleva l'acqua che oggi verserà nella laguna di Venezia. Calderoli gli dà una mano e lui se la prende con Mario Borghezio, perché «il suo peso leggero ha reso difficile rimanere in piedi» sulla passerella di legno. Che, guarda un po', era traballante proprio perché il Senatùr aveva preteso che fosse sistemata davanti alla sorgente senza spostare neanche un sasso («la natura va rispettata»). Ma Borghezio sta al gioco: «Gli ho messo paura». Così, mentre Cota elogia tra gli applausi il Monviso («simbolo di libertà»), la Mauro zompetta davanti a Calderoli al grido «Giovani, giovani padani, noi siamo i giovani padani». Solo un contestatore isolato («un ex investitore della Credieuronord», dice chi lo conosce) rovina per qualche attimo il quadretto.
La fatica si inizia a far sentire, ma Bossi non perde lo smalto. Ha un attimo per tutti e non perde l'occasione per scherzare pure con un giornalista («ma tu non sei quello che mi ha riempito di botte giocando a pallone?»). Si passa al comizio. E il Senatùr si mette a disposizione per una foto con l'orchestra. Altro siparietto. «Ehi, nonno, quanti anni hai?». «70», risponde Renato Lombardo, una vita nella Fisarmonica del Monviso («siamo tutti leghisti», certificherà più tardi). «E da quanto suoni la fisarmonica?». «Da poco, sono un sassofonista». Ancora risate. Bossi è pronto per partire, l'elicottero che lo porterà direttamente a Venezia è già atterrato. Il Senatùr si prepara per l'ultimo atto della sua riabilitazione spirituale.