E gli Usa fanno aprire la sfilata a un profugo del Sudan

Fino a otto anni fa non aveva neppure una nazione, domani sarà l’alfiere della squadra americana nella cerimonia inaugurale. Lopez Lomong, 23 anni (nella foto a sinistra), è uno dei 20mila «Lost Boys» del Sudan, orfani e deportati della seconda guerra civile. È stato scelto ieri da una votazione interna, fra tutti i capitani degli Stati Uniti. Ha ottenuto la cittadinanza americana soltanto 13 mesi fa: «È più di un sogno, non ci sono parole per descrivere la mia emozione». Nato in Sudan, a sei anni venne separato dai genitori sotto la minaccia di una pistola, riuscì a scappare dalla prigionia per essere accolto in un campo di rifugiati in Kenya, dove ha vissuto per 10 anni. Nel 2000 si fece a piedi 8 chilometri per vedere l’Olimpiade di Sydney su un vecchio televisore in bianco e nero. Fu lì che s’innamorò di Michael Johnson, la scheggia che correva come un soldatino, impettito, e scrisse una lettera commovente a una famiglia americana. L’anno dopo venne accolto a Tully, nello Stato di New York, con un programma per i bambini vittime del conflitto sudanese. «In America tutti hanno una chance di realizzarsi, sono onorato dell’opportunità». Ai trials di Eugene, a luglio, nei 1500 metri arrivò dietro al campione del mondo Bernard Lagat, ex keniano, e all’ex messicano Leonel Manzano, tutti e tre naturalizzati, dunque. A portare la bandiera americana non poteva essere uno dei campioni superpagati dalla Nba (James, Bryant, Wade e Kidd), lo meritava Michael Phelps (nuoto), oppure il velocista Tyson Gay o una delle sorelle Williams (tennis). La Cina è da tempo sotto accusa per gli aiuti al governo sudanese, colpevole delle stragi nel Darfur. Lomong con la bandiera americana è un fragoroso schiaffo al regime.\