E Veltroni inventa le quasi primarie

Siamo stati tutti dei poveri idioti nel non comprendere la rivoluzione del linguaggio che Walter Veltroni aveva portato nel mondo della politica. L’abbiamo preso in giro per i suoi «pacatamente», i suoi «I care», i suoi «We can», ma anche i suoi «I can, you can, he can», con i quali perlomeno ripassavamo un po’ di inglese. Com’eran belli i tempi in cui Walter ci faceva vedere quant’è ringiovanita la sinistra italiana: ci diceva che «il vento è cambiato», ci parlava della «grande lezione che viene dall’America», ci dimostrava che davvero anche gli ex comunisti hanno un’anima quando si commuoveva perché «Barack Obama ci indica pacatamente la strada». C’erano perfino un bel paio di chiappe griffate Oliviero Toscani per lanciare la nuova Unità.

Sembra passato un secolo, o almeno un congresso, invece era ieri. Ora il nuovo Pd ha deciso di fare a meno di Veltroni e del suo linguaggio innovativo. Sarà ancora più innovativo. «Rinnovamento», è la parola d’ordine. «Via alla stagione del rinnovamento», titolava ieri un grande giornale parlando del summit (ahi, che parola vecchia: summit) che il Pd ha dedicato agli spinosi casi di Napoli e Firenze. Anche il comunicato ufficiale del partito recita che a Napoli occorre «una stagione di rinnovamento», e precisa: «con forte discontinuità».

E già qui, con il «rinnovamento con forte discontinuità», viene un sospetto. Forse c’è il vendicativo zampino di Prodi nel nuovo corso del Pd. Esperto di sedute spiritiche, l’ex premier deve aver scomodato Moro e Fanfani, Zaccagnini e Andreotti (lo so che è vivo: ma volete che non sia presente anche nell’aldilà?) per prendere a prestito il vecchio ma glorioso linguaggio della Dc: le convergenze parallele, gli equilibri più avanzati, la non sfiducia, la decisione di non decidere, l’equidistanza e l’equivicinanza. Che cosa vuol dire infatti che a Napoli ci sarà un «rinnovamento con forte discontinuità»? La cronaca di Andrea Garibaldi sul Corriere della Sera offre la traduzione: «L’era Bassolino è chiusa». Bassolino foera di ball, insomma, ma detto alla dorotea. A Firenze, poi, s’è deciso che le primarie - uno dei segni più profondi della novità veltroniana - sono già roba vecchia. La nuova frontiera sono «le primarie di coalizione».

Che vuol dire? Anche qui devono venire in soccorso i cronisti politici e tradurre: «Alle primarie di coalizione può partecipare solo chi raccolga almeno il 35 per cento dei voti dell’assemblea cittadina dei partito. Massimo due candidati, quindi». Va bene la democrazia, insomma, ma non esageriamo. Le cronache del nuovo Pd necessitano di un vocabolario di politichese d’antan. «Il nostro è un partito complicato dove ci sono diverse sensibilità e tradizioni», ha detto Veltroni, e sembra di sentire Flaminio Piccoli quando cercava di spiegarci come mai nella Dc, che pure era un partito di ispirazione cristiana, ci si scannava fra degasperiani e vespisti, gronchiani e dossettiani, morotei e basisti, forzanovisti e primaveristi, pontieri e iniziativa popolare, area Zac e preambolo.

Ieri ad esempio è successo un casino quando si è trattato di decidere come collocare il Pd in Europa. Con il Pse, con il Pse-Democratici col trattino o un nuovo gruppo di Democratici? La riunione, detta «del caminetto» perché comunque un luogo-simbolo lo bisogna trovare, era stata etichettata come «chiarimento politico» e a un certo punto s’era deciso di andare con il Pse. Ma Rutelli e la Margherita hanno posto «una pregiudiziale» e Veltroni ha fatto sapere di aver ricevuto un mandato (citiamo testualmente) per «trovare una soluzione e individuare una formula attraverso la quale i democristiani in Europa possano essere autonomi ma ricercando un rapporto con il Pse». Proprio così: autonomi, ma ricercando.

Del resto anche la questione Napoli non è conclusa. Come si fa a silurare Bassolino? Meno male che nel Pd c’è un cervellone, quel Goffredo Bettini che ha annunciato «un treno parallelo». Di fatto è un commissariamento: Bassolino resta alla guida della Regione fino alla scadenza ma il partito in Campania avrà un leader che lo affiancherà e lo controllerà. Ma vuoi mettere dire che ci sarà «un treno parallelo?». È chiarissima la sintesi del capogruppo Andrea Orlando: «In Campania vogliamo aprire una fase nuova. Nei contenuti, nelle persone e nelle metodologie». La giornata politica del Pd è proseguita così, nella chiarezza e nella semplicità, senza banalità. D’Alema ha detto che «occorre una riflessione critica», per risolvere i dissidi interni sull’Europa, è stata annunciata la nascita di una imprescindibile Fondazione, il partito ha annunciato «un comunicato congiunto», sul suo sito ha scritto che «occorre una nuova grande stagione dell’etica pubblica», e che «si deve aprire un tavolo». Comunque è finita bene perché Veltroni è ancora in sella e da Parigi ha detto che «le questioni si stanno sciogliendo in modo positivo e unitario». E gli operai, i precari, gli immigrati, i diversi e gli sfruttati di tutta Italia sono andati a letto tranquilli, nella consapevolezza che occorre ricentrare gli obiettivi e che la globalizzazione è un dato di fatto, ma che la partita si gioca su più fronti e che il partito sta declinando il suo ruolo, come del resto è già emerso dal dibattito.