E Veltroni sgambetta il premier su rimpasto e riforma elettorale

Il futuro leader del Pd: e dopo le primarie vedrete... Irritazione a Palazzo Chigi e fra gli alleati

da Roma

Saranno settimane di passione per l’Unione, le prossime. Il calendario allinea tappe da brivido: referendum sindacale su Welfare e pensioni; Consiglio dei ministri per varare i collegati alla Finanziaria; manifestazione anti-precarietà del 20 ottobre. E nel mezzo, le primarie del Partito democratico e l’incoronazione di Walter Veltroni.
«Dopo il 14 ottobre cambierà tutto», ha promesso Veltroni. E in molti, nella coalizione e a Palazzo Chigi, iniziano a temere quella prossima diarchia tra premier e leader ancor più dei sussulti che dilaniano la maggioranza sulla politica economica. Perché Veltroni si appresta «a sostenere il governo dove possibile, ma senza concedergli alcuna delega politica: quella se la tiene lui», spiega il ds Peppino Caldarola, vicino al sindaco di Roma.
È il dopo Finanziaria ad allarmare: c’è ancora da risolvere il braccio di ferro tra governo e sinistra sul Welfare, ma il compromesso potrebbe essere raggiunto presto. Ci si sta lavorando, come dimostrano le aperture del ministro Damiano e le ottimistiche dichiarazioni di Rifondazione. Certo, il passaggio al Senato resta periglioso, come sempre. Dini promette battaglia contro i tentativi di modifica che non siano puro «maquillage», e i senatori liberal dell’Ulivo sono pronti a presentare emendamenti «migliorativi», e opposti a quelli della sinistra, spiega Polito, «nel caso in cui si aprisse in aula una discussione libera sul testo». Ma così con ogni probabilità non sarà, perché dopo il passaggio e le eventuali modifiche alla Camera, il testo del ddl sul Welfare dovrebbe arrivare al Senato blindato dalla fiducia. E a quel punto, contano a Palazzo Chigi, nè il Prc nè la «destra» dell’Unione si assumeranno apertamente la responsabilità di far cadere il governo.
La vera partita senza rete, assicurano, si aprirà dopo la Finanziaria. E avrà al suo centro due questioni: rimpasto di governo e riforma elettorale. Con la tagliola del referendum come orizzonte ravvicinato: la sentenza della Consulta che potrebbe dargli via libera è attesa per febbraio.
Su entrambi i fronti, Veltroni ha fatto capire di voler dire la sua. E ha fatto infuriare sia Prodi (con la richiesta di taglio dei ministri e l’indicazione degli «otto mesi per dare un senso alla legislatura» e fare le riforme) che diversi alleati, da Fassino a Rutelli a Rifondazione, per il netto stop ad una legge elettorale «tedesca». Sulla quale si era pronti a tentare un blitz con Lega e Udc nelle prossime settimane. «È l’unico modello che potrebbe avere un sostegno trasversale in Parlamento: se non la si vuole, si precipita verso il referendum, la crisi di governo e il voto anticipato», dice Polito. Rosy Bindi, sfidante di Veltroni e prodiana di ferro, denuncia apertamente il rischio di una diarchia, nella quale il sindaco di Roma faccia «il controcanto» al premier: «Prodi dice che bisogna ridurre il debito pubblico e lui sostiene che bisogna abbassare le tasse. Prodi è contrario al rimpasto e lui lo sollecita. Prodi avvia un faticoso confronto sulla riforma elettorale e lui dà otto mesi di tempo...», elenca. Gli otto mesi sono quelli da qui al referendum, che si sperava di evitare con un rapido accordo «tedesco». Anche perché, se non lo si sventasse, per molte forze della coalizione, dall’Udeur a Rifondazione, le elezioni anticipate diventerebbero preferibili al sistema «bipartitico» spurio che ne scaturirebbe, cancellandoli. Ma a Veltroni non piace: «Sarebbe un tedesco all’italiana, con sbarramenti ridicoli. E lascerebbe i partiti liberi di giocare a mani libere, rompendo il bipolarismo». Senza contare che Forza Italia e An sono contrari, e dunque mancherebbe quel «largo accordo» sulle regole che per Veltroni è necessario. «Walter non è disponibile a un accordo qualunque pur di evitare il referendum», assicura Caldarola. Anche a costo di far cadere il governo?