E' una vera guerra e bisogna combattere

La camorra, quella stragista e sanguinaria dei «casalesi», reagisce all’offensiva dello Stato e nel momento in cui sul territorio conteso, fra sovranità legittima e crimine organizzato, si schierano i militari della «Folgore» cerca di riaffermare la sua presenza uccidendo il parente di un pentito. È andata sul sicuro, ha colpito un uomo che aveva rifiutato la protezione delle forze dell’ordine, mafiosi e camorristi sono sempre vigliacchi, preferiscono le operazioni a rischio zero.

Nessuno si era illuso sull’eventuale acquiescenza dei camorristi, era nel conto che un’organizzazione ramificata e radicata battesse qualche colpo, per rincuorare le sue truppe, per dimostrare agli incerti, uomini e donne di quell’«area grigia» che circonda ogni formazione dell’anti-Stato, di essere ancora viva, vitale, reattiva. Ma non bisogna nemmeno drammatizzare ciò che accade e che probabilmente potrebbe ripetersi. Gli ipercritici, con fette di prosciutto ideologico sugli occhi, potrebbero dire, e molto probabilmente lo diranno, se non lo hanno già detto, che l’attacco camorristico dimostra l’inutilità dello schieramento dei militari, che le «misure emergenziali» non funzionano. Cosa funzionerà mai? La predicazione socio-buonista delle sinistre utopistiche? No, lo Stato deve dispiegare la sua forza, deve impegnarsi, deve insistere.

L’omicidio in cui si è esibita la camorra non è una prova di forza, bensì di debolezza e di paura. Nel momento in cui lo Stato, con energia e larghezza di mezzi, decide di dare veramente battaglia, la camorra trema e sente il bisogno di lanciare messaggi di morte e intimazioni di silenzio ai suoi soldati. Che nessuno si penta, che nessuno collabori con le forze della legge, che nessuno vacilli. Questa è la prova che lo schieramento di uomini della legge, soldati compresi, funziona. La retorica degli anni passati indurrà qualcuno, magari più d’uno, a deprecare la “militarizzazione”, ma nella guerra che è cominciata il bla-bla non conta. C’è la consapevolezza, fra i dirigenti dello Stato, che lo scontro non si risolverà in brevissimo tempo, ma c’è anche la volontà di non allentare la pressione. Bisognerà andare fino in fondo, il “clan dei casalesi” è un reperto del passato, di un’Italia che non ci piace e che dovrà sparire. Il vero problema è questo.

Tutte le organizzazioni mafiose hanno sempre goduto del fatto che lo Stato le ha perseguite “a corrente alternata”. Blitz, maxiprocessi, strette sul territorio e poi fasi di rilassamento, di quiete. Il detto mafioso “calati junco, ca passa la china” (piegati giunco, perché passa la piena) indica la certezza dei criminali nell’intermittenza dell’azione statuale. La normalità tornerà, dicono mafiosi e camorristi. Ma questa volta sbagliano.