E la voglia di riscossa contagia gli Usa

<strong>Reportage.</strong> La gente nelle strade vede il voto come segnale si speranza per un vero cambiamento. Nonostante i colpi della crisi, la popolazione conserva un notevole autocontrollo

Alle aste immobiliari capita di vedere delle donne che sommessamente in un angolo piangono. E quando parli con la gente comune ti accorgi di quanto pesante sia l’indebitamento accumulato in questi anni. C’è chi possiede anche dieci carte di credito che usa a rotazione: quando una raggiunge il limite massimo di spesa si passa all’altra e intanto si cerca di tappare le falle pregresse, sapendo che il debito complessivo probabilmente non sarà mai saldato. Le carte sono quasi tutte revolving ovvero con pagamento posticipato a rate. Ma negli Usa non esiste il reato di usura, perlomeno a livello federale, e gli istituti finanziari possono imporre qualunque tasso, mediamente il 10 per cento se hai un reddito alto, oltre il 20 per cento se hai un rating basso, sebbene il tasso di sconto sia attorno all’uno per cento.
Sherril e Frank Szabo mi hanno mostrato il loro bilancio familiare: pagano 2.500 dollari al mese di rimborsi alle carte di credito, 2.000 per il mutuo, 1.500 per l’assicurazione malattia. Seimila dollari di spese fisse. Sherril è un’impiegata e ha perso il lavoro, Frank è un commerciante ma da qualche settimana gli affari vanno a rilento. Erano in rosso prima, adesso lo sono ancor di più. Dovrebbero essere furiosi, come centinaia di migliaia di famiglie nelle loro condizioni.
E non c’è solo il fardello dei mutui e dei debiti. Il recente crollo di Wall Street ha eroso pesantemente le pensioni di milioni di persone, costringendo molti a rinviare il ritiro professionale o a ridurre il proprio tenore di vita. Succedesse in Italia o in Francia, ci sarebbero i tumulti per le strade. In America, invece, no. Vai in Missouri, nella Carolina del Nord, in Pennsylvania o nell’Ohio, uno degli Stati più colpiti dalla recessione, e rimani colpito dall’autocontrollo della gente che continua a essere beneducata, gentile e sorridente. Nonostante la vastità del Paese, i meccanismi di integrazione civica restano straordinariamente efficaci, anche con gli immigrati, peraltro: il taxista etiope, l’autista marocchino, la cameriera messicana si adeguano alle consuetudini del posto o finiscono emarginati. Prendere o lasciare, senza compiacenze; nemmeno a sinistra.
Poi capisci: la società è di massa, ma la responsabilità è sempre individuale. E individuale deve essere la riscossa. Sì, gli Usa hanno voglia di ripartire ed è questo il messaggio più forte emerso da un’elezione che risulta provvidenziale. Se il tracollo finanziario fosse avvenuto in un anno non elettorale le tensioni sociali sarebbero state molto più marcate; con la campagna in corso, invece, la gente ha trovato un motivo di conforto; la scintilla per sperare in un futuro migliore.
Gli slogan di Obama sul cambiamento e quel «Yes we can», «Si può fare», assecondano questa esigenza, che però non è sentita solo a sinistra. Basta parlare con la gente ai comizi repubblicani per recepire lo stesso messaggio, lo stesso sentimento.
McCain non è un oratore brillante come il rivale e tanto meno immaginifico; ma è un «Maverick» ovvero un politico indipendente che sa sfidare il proprio partito. E interpreta più fedelmente l’essenza del sogno americano, come ripete da settimane: «Deve essere il singolo cittadino e non lo Stato a rendere grande questo Paese». Obama è notoriamente più assistenzialista, ma sempre entro i limiti di una cultura che resta profondamente capitalista, nonostante gli abusi dei subprime, nonostante la scioccante avidità di una casta imprenditoriale e finanziaria che ha portato gli Usa sull’orlo dell’abisso.
Chiunque vinca dovrà essere capace innanzitutto di assecondare lo spirito del Paese, di alimentare lo slancio di quegli americani come Sherril e Frank che continuano a credere in una vita migliore e che, miracolosamente, pretendono un miglioramento anziché una rivoluzione.
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