E a Wall Street torna lo spettro della recessione

A Wall Street la paura ha una nome semplice e facile da ricordare: «double dip», doppia caduta. È l’espressione che sintetizza i timori di un ritorno della recessione, dopo un breve e illusorio tentativo di ripresa dell’economia. Nelle trasmissioni tv gli economisti hanno mostrato mille volte i grafici che illustrano l’andamento di molte crisi passate (prima fra tutte quella del 1929). Hanno una forma a «W»: l’economia crolla, poi sembra rialzare la testa. Ma la speranza dura poco e il motore si blocca di nuovo. La Borsa americana ha il terrore che dopo la crisi dei mutui subprime e la ripresina del 2010, il 2011 sia un altro anno maledetto. Così ieri gli indici delle Borse sono rimaste tutto il giorno pesantemente in rosso. L’indice Dow Jones è precipitato, lasciando sul terreno il 4,31%, il Nasdaq addirittura il 5,1%. E in forte calo è stato anche il petrolio, indicatore sicuro dello stato di salute dell’economia globale. Ieri a rovinare l’umore degli operatori sono stati i dati del Dipartimento del lavoro sulla congiuntura (negativi) e gli echi della crisi europea, che certo non hanno contribuito a infondere ottimismo. E che per di più, almeno ieri, hanno avuto un effetto diretto sugli Usa, provocando un rialzo del dollaro e quindi, in prospettiva, rendendo più problematiche le esportazioni delle aziende Usa nel mondo. Ma che l’aria sia pesante è dimostrato dall’andamento degli ultimi dieci giorni: se si eccettua un piccolo rimbalzino nelle quotazioni di mercoledì, le precedenti otto sedute erano finite tutte in rosso. Per Wall Street è quasi un record. Solo il fallimento di Lehman Brothers, al culmine della crisi finanziaria, aveva provocato lo stesso numero di giornate in negativo. Per trovare un periodo più lungo di sedute al ribasso (nove) bisogna tornare al 1978, quando alla Casa Bianca c’era Jimmy Carter e gli Stati Uniti sembravano prigionieri in una morsa di stagnazione, inflazione e sfiducia. Il paragone ha di sicuro fatto fischiare le orecchie a Barack Obama, che di Carter ha paura di ripetere la parabola, e di non essere rieletto dopo il primo mandato per non essere stato in grado di raddrizzare la situazione economica.
Il presidente sperava in una svolta suo favore con l’accordo sul bilancio statale faticosamente raggiunto con i Repubblicani. Non è stato così. E anzi, mano a mano che commentatori ed analisti studiano i dettagli dell’intesa, crescono la delusione e le critiche. Il fatto è che l’accordo ha consentito a destra e sinistra Usa di fare la faccia feroce e di riaffermare principi ed identità. Ma sul piano pratico non è cambiato nulla: i tagli decisi sono ben poca cosa, la riforma del complicato e per molti versi irrazionale sistema fiscale non si è fatta, e per risolvere i problemi di spesa legati all’invecchiamento della popolazione si è deciso di formare una bella commissione. Praticamente una confessione in diretta dell’impossibilità di combinare qualche cosa di buono.
Così Obama si è meritato il poco invidiabile onore di finire con Angela Merkel sulla copertina dell’Economist della settimana scorsa: entrambi sono raffigurati come due maschere del teatro Kabuki. Perché entrambi, secondo il settimanale, stanno «diventando giapponesi», mostrando cioè la stessa imbelle incapacità un tempo attribuita ai politici di Tokio nell’affrontare i problemi dell’economia. Per la Merkel l’esame fallito è stata l’inadeguatezza e la scarsa lungimiranza dimostrata nella crisi greca, sempre in ritardo sui tempi di fronte all’urgenza delle decisioni da prendere. Per Obama invece il problema è il debito: l’incapacità di gestirlo si è allungata come un’ombra sulle possibilità di ripresa. E per il presidente le preoccupazioni sono solo all’inizio. Già oggi dovrà superare un test delicatissimo: il Dipartimento del Commercio diffonderà i dati sulla disoccupazione di luglio. Tutti i mesi è un indicatore atteso con ansia dai mercati. Questa volta sembra destinato a trasformarsi in una specie di prova del fuoco.